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G8 Anni dopo_Gesualdi
Francesco Gesualdi: "Genova è stato uno spartiacque, il picco della fiducia nella possibilità di cambiare davvero le cose. Ne siamo usciti ancora una volta con lo spirito dei perdenti e ci siamo rifugiati nei nostri orticelli".

Francesco Gesualdi è il coordinatore del Centro Nuovo Modello Sviluppo. Ha da poco pubblicato “L’altra via. Dalla crescita al benvivere, per un’economia della sazietà” (Altreconomia/Terre di Mezzo). E’ stato fra i fondatori della Rete Lilliput.

Che cosa rese possibile nel 2001 una mobilitazione così vasta e così trasversale a diverse aree politiche e culturali?

“Il fatto che eravamo pieni di fiducia. Avevamo alle spalle l’esperienza di Seattle, che fu inaspettata un po’ per tutti. A Seattle si era dimostrato che anche con pochi mezzi si poteva inceppare la macchina del potere. In aggiunta in quel periodo avevamo messo in moto un processo di aggregazione: noi come Lilliput, altri su piani diversi. La confluenza di questi due aspetti - il successo di Seatte, l’aggregazione di forze di base - ci diede grande slancio e rese possibile la mobilitazione di Genova. Eravamo anche freschi d’impegno sulle grandi tematiche internazionali, che avevano cominciato a creare scalpore. Penso ad esempio alla campagna contro il Mai, il progetto sugli investimenti internazionali. I nostri temi erano una grande novità”.

Che cosa ha caratterizzato la mobilitazione di Genova?
“Direi l’approfondimento. Il G8 in Italia fu l’occasione per chiarire le nostre idee e capire qual era lo sbocco delle nostre azioni: creare una grande forza popolare in grado di sostenere la nostra richiesta di cambiare l’economia mondiale, i rapporti fra Nord e Sud del mondo, la distribuzione dei poteri”.

Quali furono i limiti di quell’esperienza?
“Il fatto di avere  sottovalutato la reazione che poteva venire dalla forze di polizia e anche i piani del governo Berlusconi sulle nostre manifestazioni. Abbiamo sottovalutato l’uomo: solo col tempo abbiamo capito quanto è capace di eliminare tutto ciò che ostacola i suoi progetti. Insomma abbiamo sottovalutato la reazione del potere nelle sue varie espressioni. Un altro limite è stato nell’incapacità di creare legami più stabili e profondi con i grandi movimenti di massa, a cominciare dal sindacato. Ma questa è una responsabilità che condividiamo al 50% con i sindacati stessi: anche loro sono stati sordi ai nostri richiami”.

Che cosa ha lasciato l’esperienza del G8 del 2001?
“Giudicando le cose a distanza di otto anni, si direbbe che non ha lasciato niente nell'immediato. Da allora in poi il processo di disgregazione è andato avanti e ancora non riesco a vederne la fine. E’ subentrato anche un senso di impotenza, di rassegnazione. Potremmo dire che Genova è stato uno spartiacque, il picco della fiducia nella possibilità di cambiare davvero le cose, su grande scala, nel profondo. Ne siamo usciti ancora una volta con lo spirito dei perdenti e ci siamo rifugiati nei nostri orticelli, a fare le nostre piccole cose: abbiamo perso l'ambizione di pensare in grande. Al fondo però io credo che tutto quello che ci aveva animato non è andato perduto. Abbiamo arricchito le altre conoscenze, sia rispetto al potere, sia su come è fatta la gente. E’ un patrimonio che ci servirà al momento opportuno, quando si accenderà quella scintilla che al momento non si riesce ad intravedere”.

Tu pensi che un grande movimento possa quindi rimettersi in moto?
“Sì, penso che possa ripartire, anche se non ci è dato di capire né il come né il quando. Credo che ognuno di noi debba sforzarsi di farlo ripartire. Ho appena scritto una lettera-articolo a tre riviste della nostra area - Altreconomia, Carta, Valori - per affermare che la modificazione degli stili di vita individuali non è assolutamente sufficiente, occorre cambiare i modelli sociali. Perciò è necessario che facciamo partire un processo che rivaluti la progettazione, il pensiero, la strategia, quiandi la politica con la p maiuscola. E dobbiamo farlo senza le tentazioni verticistiche dei grandi partiti. Serve un processo che parta dal basso, che sia decentrato, che faccia maturare le scelte nei piccoli gruppi. Ci vuole però una regia, qualcuno che promuova questo percorso. Forse le riviste che ho indicato, e ne potremmo aggiungere altre, potrebbero accollarsi questo compito. Se riuscissimo a definire una cornice di riferimento, ciascuno potrebbe mantenere la propria autonomia, ma tutti ci troveremmo uniti in un progetto più ampio. Dobbiamo lavorare affinché si ricreino occasioni di aggregazione: è l'elemento che più ci manca”.

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