MILANO - Più di 200 giornalisti, tra cui un centinaio di ragazzi iscritti delle scuole di giornalismo, hanno partecipato ieri a "In mare aperto. Le notizie sociali e una professione nella tempesta”, terza edizione milanese del seminario per giornalisti sui temi del disagio e delle marginalità organizzato dall'agenzia Redattore sociale in collaborazione con Cnca Lombardia, Anfass Milano, Terre di Mezzo, Ledha e Affaritaliani.it.
Il primo richiamo alla tempesta viene dal presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, Letizia Gonzales, che sottolinea la gravità del fenomeno del precariato: il 50% degli iscritti all’albo della Lombardia sono giovani free lance. Ma non è questo l’unico fronte della tempesta: “La nostra professione ha bisogno di recuperare credibilità e fare autocritica –dice Letizia Gonzales–. C’è una mania per lo scoop, le notizie sono superficiali e non vengono verificate”. Il giornalismo, conclude il presidente dell’Ordine rivolgendosi ai giovani in sala, richiede serietà; ma il giornalista deve anche prestare attenzione “alla proprietà del linguaggio, che è fondamentale per la completezza dell’informazione”.
"Non accettate di lavorare in redazioni che sapete di disprezzare'' è invece il consiglio di Piero Colaprico, cronista e inviato del quotidiano La Repubblica, secondo il quale la libertà e l'autonomia del giornalista in Italia è ancora possibile, ma "dipende dalle scelte che si fanno: si può decidere di stare dalla parte delle verità o del potere”. Ai giovani studenti di giornalismo presenti al convegno, Colaprico ha dato la sua “ricetta” per “guadagnarsi l"autonomia”. “Guardate dentro voi stessi, cercate di conoscervi: se siete cattivi state con i cattivi, se siete San Francesco state dalla parte dei buoni”.
Sulla stessa lunghezza d’onda, Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana: “L’autonomia è giocoforza una questione individuale. Certo esiste l’Ordine dei giornalisti e altri organismi per la tutela della libertà d’informazione, ma quando si viene al dunque e vi chiederanno di scrivere un articolo in un modo piuttosto che in un altro, non ci sarete altro che voi con le vostre scelte”.
“Spesso chi fa comunicazione viene percepito come un alleato di chi fa salire la burrasca”, commenta Oliviero Motta, membro dell’esecutivo del Coordinamento nazionale comunità d’accoglienza (Cnca) della Lombardia. "Si mette in un unico fascio chiunque stia ai margini. E anche noi ci sentiamo messi in un angolo –aggiunge Motta: siamo di fronte a una società più impegnata a educare alla difesa che al rapporto con gli altri”.
Siamo in un momento di tempesta e le onde, in questi mesi, sono alte come ricorda anche don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile Beccaria e giornalista a sua volta, in riferimento al tema della sicurezza. “In questi mesi tutti hanno imparato che i romeni stuprano le donne. È assolutamente falso, ma tutti ci credono –commenta don Gino Rigoldi-. Siamo di fronte a una montatura assolutamente opportunistica che, dal punto di vista sociale, provoca una distruzione”. Un danno che colpisce soprattutto i giovani: la mancanza di fiducia, la (presunta) necessità di tenere le distanze “uccide la relazione e fa diventare rachitica la crescita”, conclude don Rigoldi.
Giornalisti e terzo settore possono essere protagonisti di un’alleanza virtuosa. Comunicando le ragioni di chi lavora in silenzio e non appare, raccontando le molte storie di riscatto ma anche, come suggerisce Angelo Fasani, presidente di Anfass Milano, accettando una sfida: “Ribaltare la gerarchia delle notizie. Il terzo settore può aiutare i giornalisti, a diffondere quelle che ritiene notizie significative che spesso passano sotto silenzio”.
Ma ai giornalisti spetta un altro compito, forse più impegnativo: dare dei riferimenti etici. “Possono assumersi responsabilità educative?”, conclude provocatoriamente don Rigoldi.










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