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Il diario vincitore del Premio Pieve 2018
"Il mare insegna", di Luca Pellegrini

La vittoria della 34a edizione del Premio Pieve Saverio Tutino viene attribuita alla memoria "Il mare insegna" di Luca Pellegrini.

Nato nel 1806 in una famiglia agiata, dopo l’improvvisa morte del padre notaio deve rivedere le sue prospettive di vita. Abbandonati gli studi, a 16 anni si imbarca come mozzo su un piccolo veliero. Dal golfo di Trieste arriva a Smirne e a Costantinopoli, naufraga, riparte per l’Africa e il Sud America. Segue in prima persona il progresso tecnico che porta dalle navi a vela a quelle a vapore, e in soli quattordici anni diventa capitano di una delle prime che solca il Mediterraneo.

Da ognuno di questi viaggi riporta racconti eccezionali. Lo sguardo curioso di un uomo libero dai preconcetti del suo tempo è la cifra che contraddistingue questa narrazione rispetto a memorie analoghe dell’Ottocento. Mirabili in particolare le considerazioni e la condanna della schiavitù dei neri nelle grandi piantagioni brasiliane, come le riflessioni sulla religione. Senza dimenticare il piglio antropologico con cui si stupisce davanti agli usi e i costumi delle popolazioni che incontra, dal Marocco alla Grecia passando per il Brasile e il Medio Oriente. Non perde occasione, nelle città in cui sbarca, di notare le bellezze artistiche, ma neppure quelle femminili, regalandoci bellissime pagine romanzesche esaltate da un linguaggio vivace arricchito da parole dal forte gusto ottocentesco.

 

 

Il mare insegna
memoria 1831-1850

Luca Pellegrini
nato a Palmanova (Udine) nel 1806
morto nel 1893

Una scossa violentissima ci annunziò che l’ultima ora del Quirino era suonata... Immantinente dopo il primo urto un’onda, un cavallone, anzi una montagna d’acqua sollevò di nuovo il naviglio e lo gettò fra i frangenti in soli sette piedi d’acqua. La chiglia staccata in tutta la sua lunghezza dal fondo del bastimento venne a galla, gli alberi crollarono, il Quirino s’inchinò nel fianco sinistro né più si mosse. È l’ultima sequenza del naufragio vissuto da Luca Pellegrini nel 1833 nelle acque che circondano l’isola di Ouessant, limite estremo occidentale del canale della Manica, di fronte alle coste francesi della Bretagna. Una vita in mare, per un ragazzo che a 16 anni, nel 1822, rimane orfano di padre e viene imbarcato per la prima volta come mozzo su un veliero che fa il piccolo cabotaggio dal golfo di Trieste a Venezia. È un’epoca in cui l’Adriatico bagna le coste dell’Impero austriaco e le navi che solcano le acque sono ancora, in gran parte, quelle a vela. Luca diventa un uomo, ancor prima che un capitano, battendo palmo a palmo i principali porti e le località più recondite del Mediterraneo. Perduti miseramente tre giorni nel porto del Rosario, benché ho torto di dire perduti mentre i giorni che si passano in compagnia di belle donne sono piuttosto guadagnati, si rimise vela per far cadere di nuovo dopo altri due giorni l’ancora nel golfo di Cattaro. Luca scopre la vita e osserva, compara culture caleidoscopiche che si sovrappongono in un fazzoletto di mondo. Considero Smirne la più bella, la più amena, la più aggradevole città di tutto l’impero ottomano. La gran quantità di europei qui stabiliti esercita sugli abitanti, qualunque ne siano le credenze, una salutare influenza, mentre si vedono a poco a poco adottare costumanze gentili ed appropriarsi comodi domestici, quel conforto cioè concesso dalle loro forze pecuniarie quand’anche tali costumanze e tali comodi fossero alcun poco in contraddizione con i principi del Corano o con le massime di Talmud. Da Smirne a Costantinopoli. Rare s’incontrano le barbe intere, rarissimi i turbanti, poche le vesti lunghe, pochissimi i caffetan ed i larghi calzoni, ma invece innumerevole il succinto vestito adottato dal Sultano Mahmud e comandato agl’impiegati e all’esercito. A Smirne tutto il contrario. A Costantinopoli le donne cominciano a mostrare il naso tutto, a Smirne non se ne vede neppure la punta. Queste salienti differenze fanno a ragione temere che la rigenerazione sperata e tentata dal Sultano farà dei progressi assai lenti, seppure non resterà una utopia impossibile a realizzarsi. Proprio nella capitale dell’impero ottomano trova l’imbarco come secondo a bordo del "Quirino" e, veleggiando verso Amsterdam, vive l’esperienza del naufragio. Che non lo lascia a terra. Il futuro capitano Pellegrini salpa ancora alla volta dell’Africa e del Sud America. Osserva e riflette. 1834. L’Europa civilizzata volle che la tratta dei negri, questo iniquissimo traffico di carne umana, cessasse affatto e delle severe leggi per impedire la compera dei neri in Africa ed il loro trasporto in Ameri- ca vennero promulgate. Perché non si fecero anche delle leggi che aboliscano o aboliranno almeno nelle generazioni future la schiavitù? Se il possidente brasiliano ha fatto acquisto di schiavi, se una porzione del suo avere è rappresentato dal numero di questi, sia con Dio; vivano e muojano questi suoi schiavi qual sua proprietà, ma sian fatte libere le innocenti creature procreate da genitori schiavi. Ma no, la schiavitù è il retaggio di questi infelici. Nato di donna schiava è schiavo anche il frutto del suo ventre! Non è possibile reprimere un moto d’indignazione al vedere la trista sorte di questi poveri disgraziati!

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