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Era un giorno qualsiasi
Elena Guadagnucci, tra i morti della strage nazista di Sant'Anna, 72 anni fa. La sua vicenda, e quella del figlio, scampato per caso, riemerge dai fondali della Storia.









In foto: Elena Guadagnucci,
nata ad Avenza nel 1901,
trucidata a Sant'Anna di Stazzema nel '44

 












Gino Menconi nacque ad Avenza
, frazione del Comune di Carrara e la sua facoltosa famiglia gli permise di laurearsi all’Università Cà Foscari di Venezia. Fu un antifascista attivo, politicamente impegnato, che dovette espatriare per sfuggire alla persecuzione. Morì nel '44 dopo essere stato catturato dalle SS, riscattando la dignità del Paese: ottenne una medaglia d’oro e l’onore dovuto al suo eroico esempio.

Anche Elena Guadagnucci nacque ad Avenza ma in una famiglia modesta e imparò solo a leggere e scrivere. I suoi parenti e la comunità tutta la ripudiarono per il figlio che aveva avuto da un compaesano sposato, e così lasciò Avenza e finì sfollata a Sant’Anna dove morì per mano dei nazisti durante il famoso eccidio del 44: lasciava al mondo quel figlio che aveva voluto, in cambio del quale ottenne solo l’oblio.

Ma il grande fiume della Storia che sommerge tante vite, può inaspettatamente riportare a riva frammenti di verità, ricordi, testimonianze. Così, a distanza di settant’anni dalla strage di Stazzema, Elena è tornata a testa alta nella sua comunità di origine, nell’Avenza che l’aveva rinnegata, e lo fa grazie a un libro a lei dedicato.  

Venerdì 2 settembre, ai giardini di Casa Pellini sotto i suggestivi ruderi della Torre di Castruccio, nel cuore di Avenza, è andata in scena una vibrante presentazione del libro di Lorenzo Guadagnucci “Un giorno qualsiasi”. Il libro dà voce ai ricordi di Alberto, figlio di Elena e padre dell’autore, che all’età di 10 anni scampò alla strage rimanendo orfano e solo. Sono ricordi dolorosi, a lungo rimossi che solo da pochi anni il testimone ha trovato la forza di affrontare e rielaborare.

Ha emozionato il lavoro di scrittura di Virginia Martini della compagnia “Blanca Teatro”, che ha aperto la serata mettendo in scena una breve rappresentazione dedicata ad Elena e al parallelo tra la sua storia e quella di Gino Menconi, sussurrandoci che ogni spazio privato diventa politico quando l’individuo ha il coraggio di auto-determinarsi, sottraendosi alle convenzioni del suo tempo.

La resistenza di Gino Menconi si rispecchia nella resilienza di chi non rappresentava altri che se stesso, ma che non si è lasciato piegare.

La serata ha offerto anche altre emozioni, altre scoperte: una finestra si è illuminata al di là del giardino, e il pubblico è stato pregato di osservarla. In quella stanza, più di ottanta anni fa, una levatrice aiutò Elena a realizzare il suo desiderio più grande, la nascita di Alberto, frutto di un amore proibito e incompiuto.

Durante la serata scopriamo che il ricordo di Elena sarebbe ancora nei fondali della Storia se non ci fossero state due donne, Claudia e Francesca, che con la loro dedizione e il loro radicamento nel territorio e nella società avenzina, hanno ricucito gli strappi nella tela della memoria, restituendo al figlio di Elena quel tassello prezioso del suo passato. Con pazienza e tenacia hanno messo insieme e confrontato indizi, grandi silenzi, piccoli segreti, fotografie sbiadite sono uscite dai cassetti, vaghi ricordi sono stati bisbigliati. E così, con l’aiuto del prete che aveva avuto nel suo gregge anche le due sorelle di Elena, morte solo pochi anni fa, i pezzi del mosaico si sono ricongiunti, rappresentando la piccola storia di Elena e Alberto mentre sullo sfondo si srotola l’affresco violento della seconda guerra mondiale. Oggi, grazie al lavoro di memoria e di scrittura, un’intera comunità ha rotto il silenzio che avvolgeva questa vicenda. Oggi una famiglia si è riconciliata con il suo passato.

Adesso, secondo l’autore del libro, possiamo decidere cosa fare di questa memoria, di questo passato. La sua proposta è di non chiudere il cassetto dei ricordi, non trasformare le commemorazioni in feticci, in santini da prendere in mano eppoi dimenticare in un cassetto.

Il modo per far vivere Elena e tutti gli altri è forse mettere in relazione queste vittime, questi testimoni, con tutte le altre vittime e gli altri testimoni della violenza della Storia. Se questi spettri potessero parlare probabilmente ci direbbero che l’uso migliore che possiamo fare della loro memoria, è rafforzare la nostra disobbedienza, dando corpo a una nuova Storia, scritta dalla volontà di Pace che ha la maggior parte dei viventi, ma che stenta ad affermarsi per quei meccanismi di obbedienza e gerarchia che il libro analizza senza indulgenza.

Quale monito ci lascia Elena, se non la sua coraggiosa disobbedienza alle convenzioni, grazie alla quale Alberto nascerà? In fondo la guerra, ci spiega l’autore, si realizza proprio sulla dinamica dell’obbedienza ai comandi e della gerarchia. In conclusione Guadagnucci cita gli “hibakushya”, i sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki. Suzuko Numata in una sua testimonianza del 1996 disse “io prima della bomba atomica ero militarista ed io aiutavo il Giappone ad andare in guerra ad uccidere le persone; oggi non voglio più diventare una persona che aiuta un paese ad uccidere le persone.” Queste sono probabilmente le parole che ci avvicinano di più al monito di Elena Guadagnucci e Gino Menconi.



Camilla Lattanzi, 6.09.2016

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