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La forza dei marchi indipendenti
Responsabilità, qualità e made in Italy: tre parole chiave raccontano come si sta evolvendo la moda critica in Italia. Che oggi segna un punto a favore per la nostra economia.

La responsabilità? Impensabile senza bellezza e funzionalità. Perché è inutile negarlo: quando scegliamo che cosa comprare, da una mela a un abito, lo facciamo prima con tutto con gli occhi. “Il paradosso è che se al biologico chiediamo di essere invitante, quando si tratta di moda ci fermiamo al buono, senza tener conto della bellezza, del prezzo o dell'utilità”. Per Giusy Bettoni, fondatrice di Class eco hub (www.classecohub.org), il portale nato cinque anni fa che mette in contatto gli stilisti con i produttori di tessuti più innovativi, pratici e responsabili (tutti dotati di certificazione ambientale, ndr), il punto di forza della moda critica, e non solo, è tutto qui: “Considerare l'attenzione all'ambiente e al benessere del consumatore un valore aggiunto che non esclude il resto, come invece è accaduto fino a poco tempo fa, quando pur di dare enfasi al sostenibile ci si dimenticava delle basi per offrire ai consumatori un buon prodotto. Che va anche raccontato”. Per questo Giusy Bettoni interverrà sabato 21 settembre alle ore 11 all'appuntamento “Comunicare la sostenibilità: un incontro tra ambiente e moda”, organizzato all'interno di So critical so fashion, evento di moda critica, etica e indipendente che si terrà a Milano dal 20 al 23 settembre (Frigoriferi milanesi, via Piranesi 10; www.criticalfashion.it).

Accanto a lei, anche Roberto Cavallo di E.r.i.c.a, società di comunicazione specializzata in tematiche ambientali, e Sara Conforti e Nicoletta Daldanise del Museo di Rivoli che presenteranno un estratto video dell'opera “Aral_Citytellers” dell'artista Francesco Jodice. E se sul rispetto dell'ambiente siamo tutti d'accordo, anche in tema di qualità -altra parola chiave per la moda critica- nessuno ha da ridire. Basta toccare la morbidezza della lana o ammirare il “taglio” e l'unicità del prodotto finito. La tradizione del “made in Italy” si riconosce dal primo istante. Ma “E' sempre di più una rarità e per questo va tutelata”.

Mariagrazia Berardi ha curato per oltre dieci anni la produzione delle “linee  jeans” di grandi marchi italiani e ha girato il mondo per seguire la delocalizzazione della filiera della moda: da Hong Kong alle Mauritius, dal Madagascar alla Cina. Finché un giorno si è accorta che, in questo incessante espatriare di competenze e risorse, a farne le spese non era solo la qualità, ma anche il lavoro delle aziende italiane. Per questo è tornata alle origini ed è ripartita dal marchi di casa nostra. Anzi dai suoi stilisti, designer: piccole realtà che a partire dalla scelta dei materiali -naturali, riciclati, dismessi dalle ditte “tradizionali”- o da collaborazioni con artigiani del sud del mondo, arrivano a confezionare capi belli e sostenibili. Così oggi affianca, come consulente commerciale, alcun brand indipendenti, tra cui Lavgon, Nicoletta Fasani, Medea di Emanuela Ventura. “Tutte realtà che vivono del proprio lavoro e che potrebbero uscire dalle nicche di mercato in cui sono relegate, se negozi e multistore decidessero di puntare su qualità e made in Italy -spiega ancora Mariagrazia Berardi-. Una sfida che occorre vincere”. Non solo per la moda critica, ma anche per la nostra economia.

Redazione: Elena Parasilitu, 13.09.013

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