Web news
Vestiti che fanno bene
Al Laboratorio Procaccini 14 (Milano), l'abito e l'accessorio sono pezzi unici, creati con tessuti di recupero da rifugiati e persone con problemi di salute mentale.

In via Procaccini 14, tutti hanno una seconda chance: sia i materiali di scarto che vengono riutilizzati nel laboratorio sartoriale per diventare accessori di moda, sia i rifugiati politici che, con il lavoro, hanno una seconda possibilità di vita. Come è accaduto ad Abdullahi, 57 anni, che, cinque anni fa, è scappato dalla Somalia, dove non è più persona gradita: inaccettabili le sue proteste contro il governo. Oggi è un sarto della Laboratorio Procaccini 14. Le sue creazioni, come la mantella viceversa (che può essere portata lunga o come giacchino corto, ndr), oltre a quelle dei suoi "colleghi", potranno essere ammirate durante la fiera So critical so fashion, evento che raccoglie le principali novità della moda critica e indipendente, organizzato da Terre di mezzo dal 20 al 22 settembre in via Piranesi, 10 presso i Frigoriferi Milanesi.

Da due anni a questa parte nel laboratorio sartoriale vengono messe a disposizione dei rifugiati politici sei o sette borse lavoro, che per alcuni diventeranno un contratto vero e proprio. Il laboratorio Procaccini è nato nel 2000 da un gruppo di operatori psichiatrici del centro diurno del Fatebenefratelli, che ha sede appunto in via Procaccini, e offre la possibilità di inserimento lavorativo e sociale a persone con problemi psichiatrici e da due anni anche a rifugiati politici. La sartoria è una delle attività della cooperativa che si occupa anche di servizio catering e imbiancatura. Ad oggi nel laboratorio lavorano sei persone: oltre alla presidente della onlus Consuelo Granda e Abdullahi, Annalisa che si occupa degli abiti da sposa, due ragazzi del Senegal arrivati da pochi mesi e una ragazza tossicodipendente. "All'inizio i rifugiati hanno bisogno di tempo: oltre ai traumi che possono aver subito per la guerra, devono adattarsi al cibo, la lingua e le abitudini di un paese che non è il loro" spiega Consuelo Granda.

Fino al 2010 la cooperativa produceva come sartoria classica abbigliamento su misura da donna, poi, tre anni fa, è iniziata l'autoproduzione e il recupero: "Ci piace sperimentare vari materiali come i sacchi di patate da cucina, pezzi di camicie o jeans, cravatte che vengono usate come manici delle borse - racconta Consuelo Granda - in generale usiamo scarti industriali del tessile: dall'ecopelle ai tessuti verniciati, fino alle spugne difettate con le quali creiamo teli mare, bavaglini e altri oggetti". A seconda del materiale di recupero i sarti si inventano come riutilizzarlo per creare capi d'abbigliamento o accessori unici ad un prezzo accessibile.

 

Redazione: Marcella Vezzoli, 11.09.013

 

Eventi
Blog
Rubriche