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Riabbracciarsi grazie al dna
Sono quasi 15mila i migranti che hanno dovuto fare il test genetico per far venire in Italia i loro figli. E non sono mancati gli abusi, come nel caso di Amina, raccontato su Terre di maggio.

A volte il destino dei migranti e dei loro figli dipende dalla genetica. Dal 2001 ad oggi, 14.786 stranieri, la metà rifugiati, si sono sottoposti al test del dna per dimostrare di essere i veri genitori dei figli di cui hanno chiesto il ricongiungimento in Italia. Un test che dovrebbe servire solo in caso di mancanza di documenti o quando si ha un fondato dubbio che siano falsi, un'extrema ratio insomma. La raccolta dei tamponi di saliva e l'analisi dei profili genetici è affidata dal Ministero degli Esteri all'Organizzazione internazionale dei migranti (Oim). "È un aspetto molto delicato della vita degli immigrati -spiega Simona Moscarelli, responsabile del Progetto sul test del dna dell'Oim-. Per questo vigiliamo perché le richieste che ci provengono dai consolati italiani siano strettamente necessarie". Finora solo in 600 casi il test del dna ha dato esito negativo. 

I test del dna si concentrano solo in alcune zone particolari del mondo. Nel 2012  sono stati richiesti nel 10% dei ricongiungimenti familiari dal Ghana, nell'8% di quelli dal Sudan (e riguarda soprattutto i profughi eritrei) e nel 5% dal Bangladesh. "Percentuali accettabili", commenta Simona Moscarelli. C'è poi un dato sorprendente: viene chiesto il test del dna nel 60% dei casi di ricongiungimenti familiari chiesti dalla Nigeria. "Qui il consolato italiano teme che dietro queste situazioni ci sia la tratta di donne per la prostituzione", spiega la funzionaria dell'Oim.

Per molti migranti, e soprattutto per i rifugiati, privi di documenti, il test del dna è l'unica speranza per far arrivare in Italia un figlio. Ma non mancano casi di abusi da parte delle autorità italiane, che a priori dubitano della veridicità dei documenti presentati. Sono quasi 15mila i migranti che hanno dovuto fare il test genetico per far venire in Italia i loro figli. E non sono mancati gli abusi, come nel caso di Amina, raccontato su Terre di maggio. soldatessa dell'esercito eritreo, che nel 2003, a seguito di una violenza subita da un superiore dà alla luce una bambina. Dopo aver affidato alla nonna la bimba, fugge in Sudan e dopo circa due anni di viaggio e tre naufragi nel Mediterraneo, arriva in Italia dove ottiene asilo politico. 

Nel 2010 Amina chiede il ricongiungimento della figlia, che nel frattempo è finita con la nonna in un campo profughi in Sudan. La sua pratica, però, si impiglia nelle maglie della Prefettura di Milano e solo all'associazione Avvocati per niente riesce ad ottenere dal Tribunale il nulla osta per la figlia. Il console a Karthoum, nonostante l'ordine del giudice di consentire alla figlia di venire in Italia, non si fida del certificato di nascita e chiede il test del dna, che a sorpresa dà esito negativo. Uno scambio di culla? Certo è che alle sofferenze finora patite se ne aggiunge un'altra. 

Grazie all'avvocato Livio Neri, Amina ha fatto ricorso e ha vinto. "Il punto è che il rapporto filiale non è determinato dall'aspetto biologico -spiega l'avvocato che sta seguendo altri due casi del genere-: in Italia si è padre o madre se si è riconosciuto il figlio alla nascita, al di là di essere o meno genitori naturali. Amina ha un certificato valido che dice che lei la figlia l'ha riconosciuta alla nascita. E questo è ciò che conta". 

 

Redazione: Dario Paladini, 20.06.013

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