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Baby lavoratori
Anche in Italia ci sono minori che invece di andare a scuola passano le loro giornate in fabbrica o in bottega: sono 160mila.

Sono 260mila i minori di 16 anni (1 su 20) che lavorano nel nostro paese. Di questi, sono 30 mila i 14-15enni che fanno un lavoro pericoloso per la loro salute, sicurezza o integrità morale, magari di notte o in modo continuativo, con il rischio reale di compromettere gli studi. A spingere i pre-adolescenti a lavorare sono le difficoltà economiche familiari e una scarsa fiducia nell'istituzione scolastica. A rilevare questi dati è il dossier “Game Over” dell'Associazione Bruno Trentin e Save the Children, presentato alla vigilia della Giornata contro il lavoro minorile, indetta dall'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) per il 12 giugno. 

È soprattutto nella fascia di età tra i 14 e i 15 anni che si concentra il lavoro minorile: uno su cinque ha un'occupazione, che spesso lo porta ad abbandonare la scuola. Di molto inferiore il numero baby lavoratori prima degli 11 anni (0,3%), mentre si arriva al 3% tra gli 11-13enni. In generale, non ci sono particolari differenze di genere: il 46% sono infatti femmine.

Le esperienze di lavoro dei minori tra i 14 e 15 anni sono in buona parte occasionali (40%), ma 1 su 4 lavora per periodi fino ad un anno e c’è chi supera le 5 ore di lavoro quotidiano (24%). La cerchia familiare è l’ambito nel quale si svolgono la maggior parte delle attività. Per il 41% dei minori si tratta di un lavoro nelle mini o micro-imprese di famiglia, 1 su 3 si dedica ai lavori domestici continuativi per più ore al giorno anche in conflitto con l’orario scolastico (sono state escluse dall’indagine tutte quelle attività riconducibili alla categoria dei "piccoli aiuti in casa"), più di 1 su 10 lavora presso attività condotte da parenti o amici, ma esiste un 14% di minori che presta la propria opera a persone estranee all’ambito familiare. 

Secondo lo studio, la famiglia ha un ruolo decisivo nell’inserimento lavorativo del minore, anche quando non decide direttamente, poiché il consenso tacito dei genitori si configura come mancato supporto al ragazzo rispetto alla possibilità di compiere scelte alternative. Gli operatori sociali intervistati sottolineano che ci si trova prevalentemente di fronte a due tipi di famiglie: quelle dove le necessità e lo stato di indigenza sono tali da spingere inesorabilmente verso il coinvolgimento dei figli in attività lavorative e quelle in cui sono venuti a mancare ruoli e responsabilità genitoriali. In alcuni casi, poi, quando il minore decide di abbandonare la scuola, i genitori preferiscono che lavori piuttosto che passi tutta la giornata in strada.

 

 

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