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Testimoni abbandonati
Chiedono maggiore aiuto dalle associazioni antimafia e dallo Stato. Per ricominciare una vita normale. Le storie di Ignazio Cutrò e Valeria Grasso.

L'ultima volta che ha chiesto alla Prefettura di Agrigento come muoversi per trovare un lavoro, era il 27 marzo. Gli hanno risposto che non sono un'agenzia di collocamento. Ma lui non sa a chi altro rivolgersi: la sua è una vita sotto scorta. Ignazio Cutrò, imprenditore edile e testimone di giustizia, non ci sta e continua la sua battaglia per la dignità sua e degli altri imprenditori che hanno deciso di denunciare pizzo e racket. "Siamo rimasti senza luce all'esterno della nostra casa per tre mesi: non c'erano più soldi", racconta. Il lavoro è l'unica cosa che può aiutare a tornare indipendenti. Per lui che ha deciso di non lasciare Bivona, il paese di Agrigento dove è nato e cresciuto, è ancora più difficile.

"Tantissime volte ho chiesto alle associazioni antimafia di vederci, ma finora non ho avuto risposte -  aggiunge -. Servono solo per le passerelle: hanno avuto 86 milioni di euro dallo Stato, quando al fondo antiracket ne sono arrivati due". Vorrebbe un aiuto per il reinserimento sociale, per ricominciare a condurre una vita che assomigli a qualcosa di normale. È per questo che chiede attenzione. Ha provato prima senza rivolgersi ai media, ma ora non sa che altro fare. Da inizio febbraio esiste l'Associazione nazionale testimone di giustizia, con cui cerca di affrontare quello che per lui è un tema nazionale. "Veniamo trattati a pesci in faccia: sembra che chiediamo chissà cosa con la scorta e poi ci sono politici corrotti che ce l'hanno", continua.

Oltre ai problemi pratici, ci sono quelli psicologici. Il trauma del continuo spostarsi, del cambio identità. Valeria Grasso, imprenditrice che ha denunciato il clan Madonia-Di Trapani del quartiere San Lorenzo di Palermo ha tre figli, di cui una in piena crisi di depressione. Aveva lasciato il capoluogo siciliano con la speranza di ricominciare insieme, ma ora una delle figlie è dovuta rientrare a Palermo, con una forte crisi depressiva. "Mi chiedono di dare l'esempio come donna imprenditrice che ha denunciato la mafia, ma è veramente mortificante come io e la mia famiglia veniamo trattati in certi momenti", dice Valeria Grasso. È ora si aspetterebbe la vicinanza delle associazioni antimafia, ora che la voce di protesta dei testimoni di giustizia si fa sempre più insistente. Le sono vicine il Movimento agende rosse, Chieti resistente, alcuni blog d'informazione. Ma mancano all'appello manca il nome più importante: quello di Libera. Con Addiopizzo, l'associazione antiracket siciliana, Grasso ha avuto problemi in passato e i rapporti si sono chiusi nel 2011. "Queste associazioni si fermano a un certo punto, non ti stanno vicine nelle battaglie vere – dice -. Fanno un grandissimo lavoro, ma ci aiutano nelle nostre battaglie. Fino a ieri ho cercato di parlare con il ministero dell'Interno per chiedere conto dei soldi spesi per la mia protezione, ma ero sola".

L'ultima speranza è il presidente della Camera Laura Boldrini, a cui Valeria Grasso ha scritto una lettera cinque giorni fa. Nel testo Valeria Grasso racconta anche di alcuni ammanchi sul suo conto, gestito sempre e solo dal Servizio di protezione testimoni. Per i primi sei mesi del programma di protezione che ha passato in albergo, le venivano versati 1.320 euro, la metà di quello che le spetterebbe. Così infatti stabilisce la norma, secondo cui però non appena il testimone entra in casa ha diritto al suo stipendio per intero. Non è stato così per Valeria Grasso: "Nei mesi di settembre, ottobre, novembre 2012 e aprile 2013, mi sono state effettuate delle trattenute sul contributo mensile, rispettivamente di euro 350, 500, 500 e 450", scrive la testimone di giustizia. Nessuno ha voluto ha saputo giustificarle, se non attribuendole a "extra" da saldare per le spese in albergo.

 

Redazione: Lorenzo Bagnoli, 10.04.2013

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