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Sindaci in prima linea
I Tribunali impediscono di bloccare le sale gioco? Loro rispondono con avvisi pubblici, limitazioni d’orario e sportelli per le famiglie. Senza arrendersi.

Alla fine, i sindaci sono gli unici a non vincere mai: oltre a doversi far carico delle disgrazie economiche e sociali dei loro cittadini dediti al gioco d'azzardo, quando cercano di bloccare l'apertura di nuove sale vengono portati davanti al Tribunale amministrativo regionale (Tar) e regolarmente perdono il ricorso. Nell'ultimo anno è capitato ai primi cittadini di Varese, Desio, Pioltello, Brescia, Cernusco Lombardone, Chiavenna, Nova Milanese e Gavorrano, provincia di Grosseto. Tutti si sono sentiti dire dal giudice più o meno la stessa cosa: "Non potete farci niente: secondo la legge, solo Stato può gestire questo settore". Ai sindaci, però, la fantasia non manca e perciò provano, anche se con scarso successo, a mettere dei paletti alle sale gioco all'interno dei confini comunali: impongono distanze minime dai luoghi sensibili, limitano gli orari di apertura, proibiscono la pubblicità (Vicenza), negano il permesso di mettere i tavolini all'aperto ai bar che hanno le slot machine (Gavorrano, in provincia di Grosseto), costringono i gestori ad affiggere cartelli come "Il gioco è pericoloso" (Nova Milanese).

Inutile dire che i primi cittadini, nel settembre scorso, hanno pregato e fatto il tifo per la prima stesura del decreto del ministro della Sanità Balduzzi, che prevedeva una distanza di 500 metri da scuole, case di cura e chiese, poi scesa a 200 in una versione successiva. Nel testo approvato dal Parlamento, purtroppo, alla fine è rimasto solo un generico obbligo per i Monopoli di Stato, incaricati di stabilire nuovi criteri sul posizionamento delle sale gioco, ma solo di quelle nuove, mentre le altre possono rimanere dove sono.

Perché mentre il "Fisco croupier" incassa (anche se in realtà guadagna meno del previsto), è sui Comuni che ricadono le conseguenze sociali del gioco d'azzardo: nel nostro Paese, infatti, ci sono oltre 500mila "giocatori patologici" e 1,7 milioni di persone considerate a rischio. Gente che si gioca tutto: risparmi, casa, lavoro, imprese di famiglia, affetti, salute. E sono le amministrazioni locali, in particolare le Asl e i servizi sociali, a dover far fronte di tasca propria ai problemi dei singoli, che in breve tempo diventano di tutti. Per questo nel dicembre scorso, l'Associazione nazionale comuni italiani (Anci) aveva chiesto al Governo Monti, e poi al Parlamento, che nella Legge di stabilità fosse quantomeno alzata la tassazione su alcune tipologie di giochi, per fare cassa. Lo scandalo infatti è che l'Iva, applicata al 21 per cento a quasi tutti i beni di consumo, sulle slot machine è del 12,4 per cento e appena dello 0,6 per cento sul poker on line. Ma l'emendamento non è passato. "Ancora una volta, la lobby del gioco d'azzardo ha vinto nei confronti delle istituzioni e, soprattutto, nei confronti del buonsenso e delle richieste legittime degli amministratori locali", commenta Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia e presidente dell'Anci.

Antonello Concas, sindaco di Pioltello, 40mila abitanti in provincia di Milano, quando parla di gioco d'azzardo si infervora. "Nel nostro Piano di governo del territorio avevamo previsto il divieto di aprire sale gioco -racconta-, ma la Questura ha rilasciato l'autorizzazione perché chi l'ha chiesta, fratello di un esponente della ‘ndrangheta arrestato di recente, voleva aprirla all'interno di un centro commerciale, dove il veto non può essere applicato". Il Consiglio comunale di Pioltello ha allora approvato un regolamento che impone la distanza di 500 metri da luoghi sensibili, ma il Tar lo ha sospeso e la sala gioco ora è in funzione. "Ho le mani legate, ma non mi arrendo", promette Concas.

Anche i grandi comuni si sentono impotenti. "L'unica cosa che possiamo fare è mandare i vigili a controllare i documenti di chi le frequenta -afferma Marco Granelli, assessore alla sicurezza di Milano-. Nel caso si riscontri la presenza costante di pregiudicati, è possibile farle chiudere per un certo periodo (da pochi giorni a tre mesi, ndr)". Ma c'è chi prova ad unire le forze. In provincia di Varese, venti piccoli centri hanno deciso di allearsi dando vita a un Coordinamento contro l'overdose da gioco d'azzardo. "Abbiamo creato uno sportello per chi ha problemi di dipendenza e per i loro familiari -spiega Albino Montani, assessore ai servizi sociali di Samarate, comune capofila del Coordinamento-. Trattiamo quasi cento casi all'anno. Inoltre, promuoviamo campagne di sensibilizzazione: abbiamo poco potere, quindi dobbiamo puntare sulla cultura".

A Pavia, per ora, sopravvive un regolamento che impone distanze minime dai luoghi sensibili, ma la pubblicità di una grande sala gioco è ormai una presenza costante sui mezzi pubblici e sulle pensiline delle fermate degli autobus, anche quelle di fronte alle scuole. "L'azienda dei trasporti è del Comune e dovrebbe quindi intimare alla concessionaria della pubblicità di rifiutarle", sottolinea Davide Lazzari, consigliere comunale del Pd che in novembre ha presentato un'interrogazione al Sindaco. 

L'unica isola felice sembra essere la provincia di Bolzano, alla quale nel 2011 la Corte costituzionale ha riconosciuto il diritto a legiferare in materia. Ma si tratta di una provincia autonoma e pertanto il suo caso non può essere allargato al resto d'Italia. Anche se qualcuno spera e scommette sul contrario, incrociando le dita.

 

Dario Paladini su Tdm n°041, gennaio 2013.

 

PER APPROFONDIRE: leggi l'altra parte dell'inchiesta di Terre di gennaio. E invita il tuo sindaco ad aderire al Manifesto dei sindaci per la legalità contro il gioco d'azzardo che è stato presentato lunedì 14 gennaio. E segui la campagna su Twitter #comuninoslot.

 

 

 

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