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Week-end in val di Rabbi
Gli abitanti celebrano l'arrivo della primavera con la "Festa delle zicorie", che diventa una proposta di turismo di comunità.

Le zicorie: è così che in valle chiamano il tarassaco, fiore che cresce spontaneo nei prati e con cui Angiolina e le signore di Piazzola preparano i loro manicaretti (anche il miele!). Non resta che partecipare, tra una passeggiata e l'altra, al loro laboratorio... (info, qui)

La primavera in Val di Rabbi è un’esplosione di colori e sensazioni.

Il bianco delle cime ancora innevate, le infinite tonalità di verde del bosco, le distese gialle del dente di leone, la massima portata d'acqua di ruscelli, torrenti, cascate e l’azzurro di un cielo cristallino... sono solo alcuni dei sinonimi della primavera in Val di Rabbi.

Un week-end tra gli ambienti incantati del Parco Nazionale dello Stelvio in Trentino. La prima proposta legata al progetto del Turismo di Comunità in Val di Rabbi.

 

"Il lato bello della valle"

È una valle di donne, la valle di Rabbi, di donne e profumo. Di cestini di pane e acqua ferrosa. Di legno. Quello del larice, che dai boschi arriva nelle case come ceppo da ardere e che delle case costituisce i muri portanti.

Di buon passo si percorre in meno di mezza giornata. Partendo dal bivio tra Terzolas e Malè su fino alle cascate di Saent sono poco più di 15 km. E il dislivello non è neppure eccessivo, si sale senza strappi dagli 800 fino ad arrivare ai 1.300.

Ai suoi piedi, la val di Sole, in alto, a farle da cappello un pugno di monti che sembrano chiuderla e che invece si aprono in mille sentieri all'interno del Parco nazionale dello Stelvio. Oltre, la valle Martello, la val d'Ultimo e la valle di Pejo, Folgarida e Madonna di Campiglio. Trento è a 65 km. 

"Paesi grassi, si scioglie la neve rimangono i sassi", ironizza la saggezza popolare che qui si tramanda con il rabies, un impasto di italiano, ladino e del veneto cinguettio delle donne goldoniane. E di comuni "grassi", questa valle è circondata. Perché a 20 minuti di auto da Rabbi inizia il comprensorio sciistico più grande del Trentino occidentale, che si snoda sulle pendici del gruppo Adamello Brenta, 380 km di piste, "garanzia di neve al 95 per cento". Che madre natura lo voglia o no: la tecnologia infatti non conosce stagioni. E neppure certi architetti che negli anni Settanta vivevano nell'illusione di portare la città e i suoi confort a bordo pista e lì hanno lasciato grattacieli, al Tonale, e navicelle spaziali di monolocali, a Marilleva 1.400, paesi che fino all'arrivo di questi urbanisti neppure esistevano.

"A salvarci in fin dei conti, è stato il nostro immobilismo che ha creato ciò che di più bello abbiamo". Non scherza Cecilia Iachelini, che in valle gestisce dal 2010 una piccola agenzia viaggi, Campo base travel, e il Mas de la bolp (le volpi ci sono davvero), e a quota 2.436 metri il rifugio Dorigoni. Mentre i vicini si trovano a fare i conti con il cemento armato, lei e le sue compaesane svelano i segreti della vera montagna ai turisti, aprendo le porte di casa. E non è un eufemismo. Negli ultimi due anni hanno creato cento posti letto (su 350 che ce ne sono) e una ventina di nuove piccole imprese. Un merito che va equamente suddiviso tra la Provincia di Trento, che con la legge sull'ospitalità rurale ha permesso di trasformare i masi, ex stalle e fienili, in piccole strutture ricettive (in cambio di un servizio di manutenzione "ambientale"), il progetto Leader che ha riversato in valle 2,5 milioni di euro dell'Unione europea per salvaguardare il territorio e le sue tradizioni, e la tenacia di queste donne. "In fondo -ripete Cecilia- non avevamo altra chance". Inventarsi qualcosa o emigrare, di solito al seguito dei propri mariti. E loro hanno deciso di restare, "riaccendendo" la valle e arrivando a proporre ai suoi 1.409 abitanti di considerare il "niente" che da un secolo hanno in mano, un tesoro.

Un percorso lungo due anni, fatto di serate, incontri e gite per il resto d'Italia, dal Friuli agli Appennini tosco emiliani. "Dovevamo aiutarli a capire che non servono grandi strutture per attirare i turisti -commenta Adriana Paternoster, vicesindaco e assessore al Turismo di Rabbi-, ma cose autentiche come organizzare una cena comunitaria per condividere le gioie e i dolori di vivere tra questi monti o insegnare le ricette dei nostri gnocchi con finferli e formaggio casolet". E finalmente quest'autunno i primi ospiti "fuori stagione" sono arrivati. Sì perché da giugno ad agosto i viaggiatori sono da sempre frequenti, poi tutto si gela e persino i ristoranti -sempre aperti- si riducono a tre. Un problema di "mentalità valligiana" visto che, come dimostrano i nuovi "pacchetti turistici", tra ciaspole e arrampicate le cose da fare non mancano. 

Bene dunque per i viaggiatori, bene pure per i rabbesi che hanno deciso di votarsi a un turismo attento prima di tutto all'ambiente (il loro) e alla persone. A cominciare da quelle di Rabbi, dove c'è chi prepara l'accoglienza e chi cucina, chi fa da guida e chi da canta storie. In prima linea, appunto, le donne. Giovani, intraprendenti, imprenditrici. Hanno tra i venti e i 45 anni e dirigono alberghetti e bed&breakfast, case rurali e camere in affitto, coordinano le guardie forestali e gestiscono il centro termale. Tutte laureate, molte con un'esperienza all'estero -chi a Londra, chi in Irlanda-, dove hanno scoperto quanto il business possa essere "sostenibile" se abbinato a una vita felice. Così se le loro antenate -per non dire le mamme- andavano a fare le pulizie nelle valli vicine, loro per far quadrare il bilancio fanno gli avvocati e al contempo ristrutturano, munite di carriola, "Il sorriso dei nonni", come ha fatto Lorena Vender, 33 anni, con il suo b&b che offre tra gli altri servizi la sauna e una tagesmutter, una "tata di giorno".

O come la 28enne Serena Casna, che con un master in Turismo e tre anni in agenzia, quest'estate ha inaugurato il "Fior di Bosco". "In famiglia, ci dividiamo il lavoro" spiega, mentre sua madre illustra i dettagli della ristruttuazione -in bioedilizia- di quello che una volta era un maso e che a distanza di 115 anni ospita 12 camere e una suite con vista e arredi "antichi", recuperati dai parenti. "Io mi occupo di politiche di prezzo, prenotazioni e social network. Impegnativo sì, ma è quello per cui ho studiato". Senso del dovere e leggerezza, la stessa sensazione che trasmette Sara Zappini, 30enne laureata in Economia aziendale, che da tre dirige le Terme di Rabbi e l'annesso Grand hotel. Prima di lei solo uomini e per giunta forestieri. "Quando sono arrivata il bilancio era messo maluccio -ricorda-. Ora ci siamo rimessi in sesto: 10mila presenze da giugno a settembre, e 45 tra medici e dipendenti in alta stagione". Altro che spa all'acqua di rose. Qui l'acqua è di ferro: cura gli anemici, chi soffre di reumatismi o ha il vezzo di togliersi qualche centimetro di cellulite. Ne sapeva qualcosa Maria Teresa d'Asburgo che con l'elite imperiale affollava di carrozze le strade di Rabbi, San Bernardo e Piazzola.

Spariti loro è sopraggiunto il popolo delle seconde case. Dagli anni Sessanta agli Ottanta è stata una compravendita di masi e chalet, che per fortuna qui non ha lasciato traccia. "Vuoi sapere la differenza? È minima, ma è questione di proporzioni: le stesse che devono esserci tra la valle, chi la abita e i turisti". A fine giornata, la frase di Cecilia mi pare più chiara. Come quello che dicevano, sessant'anni fa, i vicini di Campiglio: "Se Madonna diventerà come Rabbi, avremo intrapreso la strada giusta". Forse per loro è il momento di invertire la rotta.

 

Testo: Elena Parasiliti
Foto: Michele Perletti 

Su TdM n°040, dicembre 2012.

 

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