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Schiavi in Lombardia
Vittime del caporalato in agricoltura, nei campi di Oltrepo e Franciacorta. Il fenomeno è avvolto nel silenzio: non esistono dati.

 

Lavorano dalle 8 alle 15 ore al giorno, per circa sei euro all'ora. Sono gli schiavi dell'uva della Franciacorta e dell'Oltrepo, vittime del caporalato lombardo. Arrivano dalla Romania e dalla Polonia per la vendemmia, ma spesso non vengono nemmeno pagati. Li cooptano pseudoagenzie che promettono contratti stagionali, in Italia. Ma a gestire il rapporto con le aziende vinicole sono solo loro, i caporali. Difficile stabilire se al nord come al sud siano le agromafie a gestire il lavoro nel comparto agricolo. "C'é un silenzio assordante sul caporalato in Lombardia - dichiara Marco Bermani, responsabile Flai Cgil in Lombardia -. Non esistono dati". L'unico numero certo è che tre lavoratori su dieci sono in nero. 

"Secondo le nostre stime- rivela Daniele Cavalleri, segretario del Fai Cisl di Brescia – nei contratti delle aziende agricole della provincia mancano circa il 50% delle giornate di lavoro". I dati precisi dovrebbero uscire a fine mese, ma il concetto è chiaro da tempo ai sindacalisti del bresciano. Basta fare i conti per capire che c'è del sommerso nel lavoro tra i vigneti della Franciacorta. Ogni lavoratore al giorno raccoglie in media sei quintali di uva. La paga quotidiana dovrebbe aggirarsi attorno ai 90 euro, stando ai contratti nazionali. A questo si aggiungono cinque euro al giorno per il trasporto e altri 35 per l'alloggio. "Dov'è il margine di guadagno dell'azienda, in un momento che anche il prezzo dell'uva è sceso a picco?" si domanda Cavalleri. La risposta è semplice: il lavoro non si paga. Chi guadagna sono solo i caporali.

Questo meccanismo ha inquinato il mercato del lavoro, accusano i sindacati. Il 18 ottobre le tre sigle confederali del comparto agricolo hanno indetto uno sciopero per chiedere che fossero rinnovati i contratti in 95 province. La somministrazioni di lavoratori attraverso circuiti illegali offre manodopera a basso costo, ossigeno puro per le aziende su cui grava il peso della crisi. "Qui a Brescia la rottura non è stata per motivi economici, ma per le regole degli appalti agricoli – dice Cavalleri -. Abbiamo chiesto maggiore trasparenza, vogliamo sapere quanti sono i lavoratori che vanno nei campi ogni giorno". Dall'altra parte della barricata, i vignaioli fanno resistenza. A fare da sfondo a questo braccio ferro, il triste record dei morti sul lavoro detenuto da Brescia. In 17 hanno perso la vita da gennaio al primo di ottobre 2012, soprattutto nel lavorando nei campi.

 

Redazione: Lorenzo Bagnoli, 18.10.2012

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