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Zappe romane
Dal 2010 a oggi sono più che duplicati gli orti condivisi della capitale, da 40 a 100: spazi in cui coltivare frutta e verdura per l’auto-sostentamento, riscoprire prodotti, antichi, locali o stranieri e creare occasioni di aggregazione cittadina. A Kuminda consigli e informazioni su come creare orti condivisi nelle città.

 

Al mattino in ufficio in giacca e cravatta, dopo il lavoro a sporcarsi le mani di terra, bonificare i terreni o raccogliere pomodori. È l’esperienza di quei cittadini romani che coltivano un “orto urbano”. Una pratica che, dal 2010 ad oggi, come dimostrano i dati raccolti dall’associazione Zappata Romana, è sempre più diffusa nella capitale: dai 40 iniziali ai 100 odierni.

“Il nostro interesse per gli orti urbani è nato quando ci hanno chiesto di ideare un progetto di partecipazione per un parco -spiega Luca D’Eusebio dello studio d’architettura Uap, da cui è nata, con la collaborazione di un gruppo di cittadini, Zappata Romana-. La popolazione si lamentava del fatto che a Roma manca la manutenzione dei parchi. Vogliamo gestirlo noi, dicevano. Siamo allora andati a cercare esperienze simili e da qui è nata l’idea di mappare il territorio e creare una guida online (www.zappataromana.net) per chi è interessato a costruire un orto o un giardino condiviso”. 

Il sito di Zappata romana racconta anche le storie degli orti condivisi. Come per esempio quello comunale in via della Consolata gestito dall’associazione Fosso Bravetta e altri piccoli orti abusivi, alcuni risalenti addirittura alla seconda guerra mondiale. Alcuni hanno ricevuto l’autorizzazione dall’amministrazione comunale. Altri aspettano ancora e intanto continuano a lavorare. Si coltivano prodotti ortofrutticoli destinati all’auto-sostentamento. E non mancano le curiosità: ci sono alcuni "contadini urbani" che si dedicano ai peperoncini. La comunità kurda presente a Roma ha creato lo spazio “Ararat” al Mattatoio del quartiere Testaccio per ritrovare i sapori della terra d’origine. Ma si riscoprono anche essenze del passato e ora dimenticate: come quelle coltivate nell’orto didattico antico-romano del parco dell’Appia Antica. 

Unici inconvenienti: l’inquinamento cittadino e gli scarsi finanziamenti pubblici. Al primo si rimedia, dove possibile, con la bonifica dei terreni attraverso specifiche piante e, contro lo smog, con le serre. 

I volontari di Zappata romana hanno anche scritto un libro, “Come fare un orto o un giardino condiviso” (Terre di mezzo editore), con consigli e informazioni per aspiranti ortisti. Interverranno, inoltre, all’incontro ”Coltivare la diversità… in città” (sabato 13 ottobre, ore 14, Cascina Cuccagna - Milano) nell'ambito di Kuminda, il festival del diritto al cibo.

Testo di Alessandra Ravelli, 12.10.2012

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A Bristol il Comune educa i cittadini al mangiare consapevole

A mangiare bene si impara. È questa il principio della “Food charter” elaborata dal comune di Bristol. In una città dove si stimano 16mila giovani e 75mila adulti obesi su una popolazione di poco più di 400mila abitanti, le istituzioni danno vita alla rete “Bristol food network” per educare i propri cittadini.

“Spesso le persone entrano nei supermercati e comprano qualsiasi cosa –afferma Joy Carey, della Municipality of Bristol-. Noi vogliamo invece definire cosa sia un buon cibo”. Dieci, dunque le ambizioni della Carta: dal cucinare sano, all’incoraggiare produzioni locali. Molte infatti le iniziative singole o di associazioni che coltivano “orti urbani” e poi organizzano piccoli mercatini per vendere i propri prodotti o partecipano a festival organizzati dalla municipalità. Un’attenzione particolare per evitare lo spreco di cibo: il comune inglese crede che produrre localmente significhi rispondere al reale fabbisogno della popolazione, riducendo le importazioni, e inoltre, organizza una raccolta porta a porta degli scarti da utilizzare per il compostaggio.

 

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