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Intervista esclusiva con il Dalai Lama
Il riscaldamento globale, la non violenza, l'importanza della comunicazione, l'indipendenza tibetana e i rapporti con la Cina. Intervista al Dalai Lama.

Sua Santità il Quattordicesimo Dalai Lama, uno dei leader spirituali più importanti dei nostri tempi, viaggia per il mondo per diffondere il suo messaggio di pace e riconciliazione. Durante il suo recente tour del Regno Unito dal titolo "Sii il cambiamento", il 77enne Dalai Lama ha rilasciato un'intervista esclusiva all'International Network of Street Papers, di cui fa parte anche Terre di Mezzo. 

Molti dei nostri 12.000 venditori di giornali di strada in tutto il mondo sono senza tetto, o lo sono stati in passato. Il Buddha fu un senza tetto per la maggior parte della sua vita e Lei, come gran parte del suo popolo, ha passato moltissimo tempo in esilio. Che cosa significa per Lei non avere una casa?

"Per le persone senza una casa, è come non avere un punto di partenza da cui condurre le proprie vite. Non hanno un'ancora, e ciò è molto triste. Ma da un punto di vista più ampio, direi che questo pianeta è la nostra casa. L'individuo può trovarsi in una situazione difficile, ma fa comunque parte della società dell'umanità. Io credo che nell'umanità ci sia un desiderio innato di aiutare chi è in difficoltà, perché tutti abbiamo un senso di preoccupazione per gli altri. Quindi, da quel punto di vista, per i senza tetto, non c'è più la casa materiale, ma c'è sempre la casa grande. E perciò i senza tetto non devono sentirsi disperati. Da un certo punto di vista, anch'io sono un senza tetto. Ma essere un senza tetto è utile, perché ti fa capire che puoi trovare una nuova casa in molti altri posti. Se hai una casa sola, in un certo senso puoi rimanerci intrappolato."

 

Negli ultimi anni, nella nostra Rete, abbiamo visto molte persone diventare venditori di giornali di strada a causa della recessione che ha colpito tutto il mondo. Molti non hanno abbastanza soldi per vivere, oppure perdono il lavoro e finiscono a vivere in strada. Cosa ne pensa delle misure di austerità introdotte dai governi per affrontare la crisi?

"Questa è una situazione molto complessa. Il mio primo pensiero è che la responsabilità del governo è nei confronti dell'intero paese, e a volte queste misure sono necessarie. Ma nel complesso le vere cause di questi momenti difficili sono cominciate con i governi precedenti e con certe compagnie. Io credo che, senza un piano vero e proprio, siano interessati solo al profitto immediato e non alle conseguenze a lungo termine. A quel livello, certamente non dal punto di vista di una persona singola, ma da quello di governi o organizzazioni che hanno la responsabilità, i risultati dipendono dalle loro azioni. Solo ora che sono cominciate le difficoltà hanno introdotto delle restrizioni. È molto complesso. In ogni modo, migliaia di persone non hanno pressoché niente di cui vivere, il che è davvero tristissimo. Davvero. Ma non saprei come gestire questa situazione.

Due o tre anni fa, credo in Messico, un giornale ha riportato la storia di una famiglia che, a causa della crisi economica, aveva dovuto abbandonare il proprio cane. Il cane si ritrovò, così, senza una casa. C'era una foto del cane, che sembrava molto triste. Nessuno poteva prendersi cura di lui. Quando ho visto quella fotografia mi sono quasi sentito come se non ci fosse più speranza. A livello umano, si può di certo capire che la vita è diventata senz'altro più difficile.

Eppure, quando incontro persone che sono in situazioni difficili, condivido sempre con loro l'idea che, nonostante le difficoltà, un essere umano deve sempre mantenere la propria dignità e lavorare duro. A causa di certe situazioni, se si perdono l'autostima, la speranza e la volontà, le difficoltà continueranno inevitabilmente e porteranno a un vero disastro. Mantenere la speranza e la propria determinazione è assolutamente fondamentale."

 

Lei ha ribadito spesso che nella Sua situazione è essenziale continuare a sperare. Nella Sua autobiografia ha scritto di essere convinto, già dal 1953, che "non importa quanto vadano male le cose, alla fine miglioreranno". Data l'attuale situazione in Tibet, come fa a rimanere fedele alla sua convinzione?

"All'età di sedici anni ho perso la libertà. Le difficoltà erano già cominciate. Poi, a 24 anni, ho perso la mia patria. Da 52 anni a questa parte, ci sono stati molti problemi. Le notizie provenienti dalla nostra terra sono state per la maggior parte strazianti, davvero tristissime. Nel frattempo, il popolo tibetano ha riposto in me la sua fiducia e speranza. Non posso fare molto; a volte mi sento davvero disperato. Ma poi, come ho detto prima, so che è meglio mantenere l'entusiasmo e continuare ad essere ottimisti, piuttosto che lasciarmi andare e demoralizzarmi. Non sarebbe d'aiuto a nessuno. Agli altri dico che, non importa in quali difficoltà ci troviamo, bisogna mantenere  dignità e determinazione."

 

Quando ci si trova davanti ad eventi così terribili, come nel Suo paese, come fa a non lasciare che sentimenti come rabbia, frustrazione e odio prendano il sopravvento?

"Le nostre emozioni sono guidate dalla nostra intelligenza. Analizziamo ogni situazione al livello razionale. Se una situazione può essere superata, non c'è bisogno di preoccuparsi. E se non c'è modo di superarla, non c'è bisogno di preoccuparsi anche in questo caso, perché di solito la preoccupazione porta con sé la frustrazione, e la frustrazione porta alla collera. È quindi sempre meglio cercare di non preoccuparsi. Da un punto di vista emotivo non è sempre possibile, ma grazie all'intelligenza umana possiamo farlo. Credo che le emozioni siano a volte molto problematiche, sia quando sono create da Dio, sia quando provengono dalla natura. E quindi Dio e la natura hanno dato a noi l'intelligenza umana, per controbilanciare. Quando gli animali si trovano davanti a un problema si bloccano e vanno in black-out. Ma noi esseri umani, grazie alla nostra intelligenza, abbiamo modo di giudicare e misurare la nostra risposta. La vedo così."

 

Nella Sua autobiografia Libertà in esilio, Lei rimprovera ai mezzi di comunicazione cinesi di ingannare il pubblico, dando una visione incredibilmente distorta della situazione in Tibet dagli anni Cinquanta in poi. Quant'è importante il ruolo dei media nella società odierna?

"L'indipendenza dei media è importantissima. I media, per come la vedo io, sono come un terzo occhio. Ora, a volte anche il terzo occhio è un po' di parte [ride], ed è un problema. Quando i media prima analizzano una storia in maniera oggettiva, e poi la riportano e la fanno conoscere al pubblico, allora il loro ruolo è efficace e utile. Quando incontro persone che lavorano in quel campo, dico loro che dovrebbero avere il naso lungo e indagare da tutti i lati, non solo la facciata, ma anche quello che c'è dietro. Devono investigare minuziosamente per scoprire qual è la realtà dei fatti. La gente ha il diritto di sapere la verità, soprattutto nei paesi democratici. I media devono fare indagini approfondite, presentare quello che hanno scoperto in maniera oggettiva, senza essere di parte, e informare il pubblico. Se svolgono così il proprio lavoro, il loro ruolo è grandioso e importante."

 

I giornali della rete INSP si occupano spesso di problemi che verrebbero altrimenti tralasciati. Quali sono le storie del Suo paese che devono essere portate alla luce?

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"Per quanto riguarda la questione tibetana, la natura della lotta tibetana è strettamente non violenta e sempre nello spirito della riconciliazione. Quindi, la nostra lotta ha bisogno di supporto da tutto il mondo. Deve avere successo, perché se dovesse fallire incoraggerebbe quelle persone che utilizzano metodi diversi, come la forza e la violenza.

Inoltre, alcuni aspetti della storia del Tibet non sono solamente politici, ma anche legati all'ambiente. L'Altopiano del Tibet (parte dell'Himalaya) ha un ruolo importantissimo nel riscaldamento globale. Quasi tutti i fiumi più importanti in quella parte del mondo nascono dall'Altopiano del Tibet, e quindi la protezione dell'ecologia tibetana non è solo nell'interesse del popolo tibetano. La vita di più di un miliardo di persone dipende da quei fiumi.

Un'altra priorità è che la cultura tibetana, una cultura di pace, non violenza e compassione, venga salvaguardata. Non è soltanto una cultura antica, ma è anche di grande attualità nel mondo odierno. Viviamo in un mondo sempre più materialista, incentrato sul consumismo. E ci sono questioni morali che a volte portano alla violenza, in particolar modo tra i giovani. Quando si trovano di fronte a delle difficoltà, la risposta di alcuni di loro è diventata più violenta."

 

Crede che le rivolte che hanno colpito il Regno Unito l'estate scorsa ne siano un esempio?

"Sì, ne sono un indice. Quando ho sentito la notizia sulla BBC sono rimasto scioccato. Credevo che il popolo del Regno Unito fosse più maturo e pacifico. E così, quando ho sentito le notizie, sono rimasto davvero sconvolto. Tutto ciò dimostra che non si deve dare nulla per scontato o rimanere ancorati ai pensieri passati. Ora dobbiamo pensare più seriamente al nostro ambiente sociale e culturale."

 

4.5 milioni di persone La seguono su Twitter e 4 milioni su Facebook, e molte persone discutono dei Suoi insegnamenti e delle Sue idee online. Uno dei suoi tweet più recenti dice "Sono sempre più convinto che sia arrivato il momento di trovare un modo di pensare alla spiritualità e all'etica che vada al di là della religione" Perché lo pensa?

"È ovvio che tra 7 miliardi di persone ce n'è una gran parte a cui la religione non interessa molto. E anche tra i credenti credo che ci sia una grossa fetta di persone che non prendono la religione molto seriamente. Per molti, la religione è diventata solo un rito quotidiano, ma non viene presa molto sul serio. E il fatto che vadano in chiesa la domenica, o al tempio, incluso quello buddista, non significa granché. Pregano Buddha o Dio, ma nella vita di tutti i giorni non esitano a creare ingiustizie, a raccontare bugie, a essere coinvolti in corruzione, soprusi e imbrogli. Queste attività sono contrarie a tutte le maggiori religioni e agli insegnamenti tradizionali. È sintomo di una mancanza di convinzione da parte di un gruppo di credenti.

Gli insegnamenti e i principi spirituali tradizionali sono un vantaggio immenso. Le persone che non prendono sul serio la religione non hanno questo sapere e la religione non ha nessun impatto sulle loro vite. Quindi abbiamo bisogno di un modo più ampio di diffondere la convinzione che l'etica morale è davvero il fondamento di una vita felice. Ciò è vero al livello individuale, ma anche per le famiglie, le comunità e tutta l'umanità. È un tratto in comune tra tutte le religioni e le tradizioni, così come per i non credenti.

Tutti vogliono essere felici e avere una famiglia felice.

Per molti, avere denaro o essere potenti significa essere felici e aver trovato il significato della vita. Questo atteggiamento è sbagliato. La felicità e il dolore fanno parte della mente, sono esperienze intellettive. Il vero modo per ridurre il dolore e la tristezza e per far crescere la felicità e la gioia dev'essere trovato tramite l'esercizio della mente. Ho degli amici molto ricchi, con tanti soldi e, ovviamente, essendo ricchi sono anche influenti. Ma dal punto di vista personale sono molto infelici, l'ho notato. Il che dimostra che i soldi, la vanità e il potere non sono risorse di felicità sufficienti."

 

Dal 2009, dalla prima autoimmolazione in Tibet, 37 persone si sono date alle fiamme, secondo il Centro Tibetano per i Diritti Umani e la Democrazia. Questo dato include gli episodi del 27 maggio a Lhasa,  i primi nella capitale, in cui un giovane uomo è rimasto ucciso, e un altro gravemente ferito. La Cina ha risposto a quest'ondata di autoimmolazioni impedendo ai visitatori stranieri di entrare in Tibet. Come La fa sentire il fatto che alcuni Suoi connazionali commettano atti così estremi per far sentire la propria voce? E pensa che gli sforzi della Cina di nascondere le proteste dal resto del mondo siano efficaci?

"I regimi totalitari, inclusa la Cina, almeno negli ultimi decenni hanno dato troppa importanza alla crudeltà. Paura e diffidenza sono diventate parte della loro vita e, per questo, cercano sempre di nascondere la realtà. Il popolo cinese, ben 1.3 miliardi di persone, ha tutto il diritto di sapere la verità. E quando la sapranno, avranno anche la capacità di giudicare che cosa è giusto e cosa è sbagliato. È per questo che la censura è immorale, eppure viene ancora applicata quotidianamente. Al lungo andare sarà molto nociva per loro, perché se il governo cinese vuole avere un ruolo più costruttivo a livello globale, la fiducia e il rispetto da parte del resto del mondo è fondamentale. La censura e l'imporre limiti al transito delle persone sono molti dannosi e impediscono che si sviluppino fiducia e rispetto. E quindi spero che un giorno i leader cinesi lo capiranno e che cambieranno. Il Primo Ministro cinese Wen Jabao ha ribadito in più di un'occasione che la Cina ha bisogno di riforme politiche, e ha anche detto che la Cina ha bisogno di una democrazia a modello occidentale. Il che include concetti come libertà, trasparenza e libertà d'informazione. Spero che le cose cambino. È nel loro interesse ed è molto importante che lo capiscano."

Ciò che è successo in Tibet [le autoimmolazioni] è davvero tristissimo. In un certo senso questi avvenimenti dimostrano che i Tibetani credono davvero nella non violenza. Non vogliono far del male agli altri, e quindi fanno del male a se stessi dandosi fuoco. È senz'altro un segno di disperazione, non ci sono dubbi. Se sia giusto o sbagliato... prima di tutto, è una questione politica molto delicata. Ma, dal punto di vista della religione buddista, ogni azione, che sia negativa o positiva, dipende in definitiva dalla sua motivazione. Per quegli individui la cui motivazione è la fede sincera nel Buddha Dharma, la situazione è diversa. Ma al momento è tutto guidato dalla collera e dall'odio, e allora è praticamente qualcosa di negativo. Non possiamo generalizzare, dobbiamo guardare i casi singoli da un punto di vista buddista. Ma politicamente, ho sempre considerato il popolo tibetano all'interno del Tibet come il mio capo. Negli ultimi 52 anni mi sono considerato il portavoce libero del popolo tibetano. E quindi non ho il diritto di giudicare le azioni del mio capo."

 

La Sua autobiografia racconta delle esperienze inestimabili che ha collezionato quando ha viaggiato sotto mentite spoglie. Ha scritto che è stata un'opportunità di scoprire "come fosse davvero la vita" per i suoi connazionali. Lei è in esilio da più di cinquant'anni ed è ormai una delle figure più riconoscibili al mondo. Come riesce a rimanere connesso alle vite delle persone normali dentro e fuori dal Tibet?

"In Tibet ci sono state alcune occasioni mentre ero in viaggio in cui ho potuto incontrare gente normale. Alcuni mi avevano chiesto: "Dov'è il Dalai Lama", e io avevo risposto: "Ah, il Dalai Lama sta lì". Poi, più tardi, avevo organizzato un incontro pubblico e ho riconosciuto una donna con cui avevo parlato sotto mentite spoglie. Quando vide la mia faccia e capì che ero la stessa persona con cui aveva parlato poco prima non riusciva a crederci [ride]. Questo tipo di cose era sempre piuttosto divertente. La ragione principale per cui volevo incontrare gente normale era di ricevere informazioni chiare su cosa stava accadendo. Se la gente sa che sei il Dalai Lama potrebbe non essere onesta come con un qualsiasi monaco.

Vivendo in un paese libero, il mio contatto con la gente è aperto. Da parte mia, cerco di incontrare le persone a livello umano. E dalle reazioni che ottengo dal pubblico che incontro ultimamente, sembra che anche loro abbiano lo stesso atteggiamento nei miei confronti. Il che significa che ottengo le informazioni giuste e un quadro veritiero della realtà. In passato, perfino i miei ufficiali non rispondevano chiaramente se gli facevo delle domande particolari. E quindi chiedevo sempre agli spazzini, che erano persone prive di istruzione e innocenti. Mi dicevano sempre quello che avevano sentito con molta onestà, comprese le critiche su un determinato Reggente, sugli alti ufficiali e i più alti Lama. Non esitavano affatto a dirmi tutte le cose negative di quel genere [ride]."

[Sua Santità, con fare divertito, all'improvviso si mette a parlare in tibetano e racconta una storia al suo interprete. Il suo sorriso contagioso fa ridere tutti, e l'interprete ripete:] "Gli spazzini cominciavano educatamente,  usando i saluti ufficiali per i Reggenti e i Lama più alti, come "Sia benedetto", e poi subito dopo proseguivano con le critiche [ride ancora]."

[Quando le risate si placano, ci informano che il nostro tempo con Sua Santità è scaduto. Abbiamo tempo solo per un'ultima domanda, che dedichiamo ai nostri venditori.]

 

I nostril venditori di giornali di strada in tutto il mondo devono affrontare difficoltà sociali ed economiche di vario tipo ma, se gli viene chiesto qual è la cosa più difficile della loro condizione, la risposta è spesso la stessa: la solitudine. Un gruppo di ufficiali ha riconosciuto il Lei il 14esimo Dalai Lama quando aveva solo due anni; ha passato la Sua infanzia tra gli adulti nei monasteri e ha affrontato la responsabilità di proteggere il Suo popolo dalle invasioni straniere e di essere il loro leader spirituale all'età di quindici anni. Avendo provato la solitudine nella vita, che consiglio darebbe ai nostri venditori?

"Nel mio caso, se penso di me "Sono tibetano" o "Sono buddista", già questo di per se crea una specie di distanza. E allora mi dico: "No, sono un essere umano, uno dei sette miliardi di esseri umani". Se ce lo diciamo, automaticamente diventiamo più vicini. Se le persone spostano l'attenzione sulla loro situazione pensando "Sono povero" o "Non ho una casa" o "Sono in difficoltà", mettono l'accento su un livello secondario. Credo che anche quella sia una realtà, ma l'altra realtà è che siamo tutti esseri umani, uno dei 7 miliardi di esseri umani su questo pianeta. So che da un punto di vista pratico potrebbe non essere di molto aiuto ma, dal punto di vista emotivo, può essere molto utile."

 

©International Network of Street Papers

Foto: Simon Murphy

 

 

 

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