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(im)puro cotone

Ci svegliamo fra lenzuola di cotone, ci avvolgiamo, dopo la doccia, in asciugamani di cotone, e indossiamo i nostri abiti di cotone. Ma di rado ci chiediamo che cosa ci sia dietro a quell’etichetta.
Faremmo bene a vedere “Behind the label”, il documentario di Sebastiano Tecchio che racconta il mondo della coltivazione del cotone in India, secondo produttore dopo la Cina. Scopriremmo che il 90 per cento del cotone indiano è ogm, che c’è qualcuno che ci sta guadagnando moltissimo, mentre molti ci perdono la terra e la vita.
Dal 2003 infatti, la multinazionale Monsanto ha introdotto nel mercato semi ogm, in grado di produrre da sé alcune tossine contro i parassiti. Gran battage pubblicitario: per persuadere i contadini vengono scomodate addirittura le divinità induiste. Peccato che queste piante comportino infiniti problemi: rendono il terreno povero e incapace di accogliere altri semi, causano la morte delle vacche che ne mangiano le foglie, e soprattutto sono sterili e costringono i contadini a ricomprarli ogni anno. A che prezzo? “Costano 4mila rupie al kg, quelli locali ne costavano nove” spiega il giornalista Palagummi Sainath. Per di più i semi nativi stanno diventando introvabili, mentre la Monsanto controlla 29 aziende produttrici. Così il contadino non ha più scelta, è costretto a indebitarsi, e spesso si suicida dalla disperazione. “Nel 2006 nella regione di Vidharba si uccidevano sei contadini al giorno” continua Sainath.
Una vicenda complessa, ricostruita da voci trasversali, come quella della scienziata Vandana Shiva, del direttore della Monsanto India, degli stessi contadini. E di chi cerca un’alternativa, come il commerciante Mani Chinnaswamy, che sta creando una rete di coltivatori biologici. “Anche noi possiamo contribuire a questa battaglia -dice il regista-. Ma l’obiettivo è mostrare il film in India, là dove i contadini sono abbandonati a loro stessi”.


Testo: Giulia Genovesi

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