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Autocertificazione di legalità

Rispettare le norme di sicurezza all’interno dell’impresa, verificare come lavorano i propri fornitori, evitare una comunicazione scorretta, emettere sempre scontrino o fattura, tutelare i diritti dei dipendenti. Sono alcuni dei contenuti della “Carta etica”, il documento che gli espositori di Fa’ la cosa giusta! hanno ideato per certificare la legalità della propria attività. Una sorta di giuramento di Ippocrate, presentato nell’edizione
di quest’anno e che, dal 2013, diventerà obbligatorio sottoscrivere come ulteriore, imprescindibile criterio di selezione per partecipare
alla fiera. Non basterà più, infatti, evitare connessioni con gioco d’azzardo, nucleare, Ogm o pesticidi, e garantire la tutela dei consumatori
o la protezione dell’ambiente. Gli espositori hanno voluto dare una qualità ancora maggiore alla loro presenza in un evento che ogni
anno coinvolge centinaia di gruppi, aziende, associazioni e si impegna a garantire ai visitatori che gli stand vengono assegnati solo a chi
lo merita davvero.

La “Carta etica” nasce dalla collaborazione tra Terre di mezzo, l’associazione Libera e un gruppo di espositori che hanno deciso di seguire
un ciclo di incontri sulla legalità. “Il punto di partenza sono i tre giorni della fiera -dice Francesco Pisa di Libera, uno dei responsabili del percorso di formazione- ma poi si deve andare oltre e metterci la faccia ogni giorno, per testimoniare che si possono davvero coniugare profitti e legalità”. Ma come si può essere certi che l’autocertificazione corrisponda alla realtà? L’esperienza di Addiopizzo, il movimento nato a Palermo nel 2004 per promuovere un’economia libera dalla mafia, può dare una risposta: “Informare chi sottoscrive la Carta etica della possibilità di un controllo da parte degli organizzatori è già un deterrente” afferma Roberto Perrotta, tra i fondatori del movimento. Anche perché, nel caso in cui qualcuno dichiari il falso, Terre di mezzo eventi si riserva il diritto di escluderlo dalla fiera. Al di là delle punizioni, conclude Perrotta, “bisogna capire che firmare la Carta etica può essere un biglietto da visita che testimonia l’appartenenza a un circuito virtuoso”.

Testo: Alessandra Ravelli

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