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Cie via Corelli, no ai giornalisti
Respinta la richiesta di entrare nel centro di Identificazione ed Espulsione, perchè sarebbero in corso lavori di ristrutturazione. ''Falso'', ribattono gli avvocati che seguono i detenuti. Passa dal capoluogo lombardo la campagna LasciateCIEntrare.

MILANO - A nulla è servito il cambio di governo: il Cie di via Corelli a Milano rimane off limits per i giornalisti. A chi chiede di visitarlo, la risposta è che le visite sono per ora sospese perché sono in corso lavori di ristrutturazione. È quanto è successo a Ilaria Sesana, che da novembre sta ripetutamente chiedendo di entrarci per Terre di mezzo - street magazine. Ed è la stessa risposta, solo verbale, che ha ricevuto due volte l'agenzia di stampa Redattore sociale. Quali lavori? Quando finiranno? Tutte domande che rimangono senza risposta. Nessun parlamentare né consigliere regionale che ha messo piede nella struttura li ha mai visti. Nemmeno Ilaria Scovazzi, responsabile immigrazione di Arci Lombardia: "Sono entrata una cinquantina di volte e i lavori non ci sono mai stati", riferisce. Il ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri il 13 dicembre scorso con una circolare ai prefetti ha riaperto i Centri di identificazione e di espulsione alla stampa, sancendo un'inversione di tendenza rispetto a quanto aveva disposto il suo precedessero Roberto Maroni. Ma in quello di Milano finora nessuno ha potuto metterci piede.

Oggi a Milano, al Circolo della stampa, si è svolto il seminario di formazione per i giornalisti organizzato dalla campagna LasciateCIEntrare. "L'ansia più grande per chi è entrato è immaginarsi cosa può accadere una volta che si è usciti", confessa Alessandra Naldi, presidente dell'associazione Antigone in Lombardia. I reclusi che raccontano ad osservatori esterni la propria storia rischiano infatti di subire torture e pestaggi. "È accaduto a un trattenuto cinese - prosegue Naldi-. Avevamo le prove delle percosse, abbiamo consegnato un faldone in Procura di Milano ma di quel provvedimento non si è fatto niente". Una situazione così, aggiunge, è impensabile persino nelle carceri: "C'erano persone che chiedevano di essere riportate in prigione".

Nel resto d'Italia la situazione non è molto diversa. Anche gli avvocati dei reclusi hanno le armi spuntate. "Spesso i giudici di pace che si occupano della convalida degli arresti dei detenuti sono impreparati", spiega Paolo Oddi, dell'Associazione studi giuridici per l'immigrazione (Asgi). "Capita anche che gli avvocati seguano casi solo per ottenere il gettone di presenza garantito dallo Stato, che a Milano corrisponde a 150 euro per le udienze di dieci detenuti", aggiunge. Risultato? Chi si trova dietro le sbarre non sa nemmeno il perché: "A Lampedusa mi chiedevano tre cose - ricorda l'avvocato Alessandra Ballerini, collaboratrice di Terres des hommes -: portateci fuori, fateci uscire, non fateci restare qui". La legale spiega poi di quante volte le sia capitato di imbattersi in palesi violazioni della legge: "Ho trovato minori, persone sposate con italiani, richiedenti asilo. È importante che facciate richiesta di entrare - dice rivolta ai giornalisti - per dare voce a queste storie che dimostrano l'assurdità del sistema". Anche perché in qualche caso l'intervento della stampa è stato fondamentale. Caso vuole che poco dopo la pubblicazione della storia di Joey, ragazza nigeriana sieropositiva vittima della tratta, la sezione femminile del Cie milanese sia stata chiusa. Anche per questo la campagna LasciateCIEntrare ha in programma una settimana di mobilitazione a fine aprile per inondare le caselle email delle Prefetture con richieste d'accesso ai centri d'espulsione. Con l'obiettivo di raccontare cosa accade là dentro. 

 

Testo: Lorenzo Bagnoli per Redattore Sociale

 

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