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Benvenuti in Italia

“Credo che immigrarsi oggi sia un diritto, io non mi sento uno straniero ma parte del mondo”. Le parole di Aluk Amiri, uno dei cinque registi di “Benvenuti in Italia”, pronunciate alla fine dell’anteprima del film che si è svolta ieri sera a Roma, ben rappresentano lo spirito che ha animato questo lavoro corale promosso dall’Archivio delle memorie migranti. Da Venezia a Napoli, da Roma a Milano passando per Portici, le cinque storie raccontate sono l’immagine della condizione migrante in un paese che stenta ancora ad offrire un reale sistema di accoglienza e integrazione. Nel suo corto Aluk, giovane afgano giunto in Italia quando aveva solo 15 anni, racconta la storia vera del suo alter ego Nasir, che vive in una casa di accoglienza per minori non accompagnati messa a disposizione dal comune di Venezia. “Ho vissuto la stessa esperienza quando sono arrivato in Italia, e sono tanti i ragazzi che ogni giorno si trovano a vivere una storia simile – racconta il regista -. Così come sono tanti quelli che vengono rimpatriati. A Patrasso, per esempio, so di ragazzi picchiati e rinchiusi. La nostra è una società che fa la guerra umanitaria ma poi dà calci in faccia ai minori stranieri che invece dovrebbero avere delle reali opportunità e veder rispettati i propri diritti”. Hevi Dilara, rifugiata curda, racconta, invece, lo spaesamento di una giovane coppia appena sbarcata nel centro di prima accoglienza di Ercolano. “Quello che ho cercato di mettere in luce è il disagio che si trovano a vivere due persone in un paese straniero, lontano dai propri cari e dalla propria cultura. È come stare in una gabbia, in un carcere a cielo aperto – afferma la regista – .Quello che manca in questo paese è un reale sistema di accoglienza”.

Tra le storie più toccanti quella filmata da Dagmawi Ymer (già autore insieme ad Andrea Segre di “Come un uomo sulla terra”) che ha scelto di rievocare la storia di Mohamed Ba, mediatore culturale e attore senegalese, accoltellato alla fermata dell’autobus, da un ragazzo rimasto senza volto. Ba, presente in sala, ha denunciato come questo vile gesto razzista sia stato derubricato dalle forze dell’ordine come una “lite tra stranieri”. “Ho esaurito le mie energie per la costruzione di ponti – afferma .- penso che stiamo ancora vivendo un periodo di oscurantismo causato da quanti ci hanno preceduto”. Un’altra protagonista del film, la signora Margherita, punto di riferimento della comunità burkinabé, ha voluto assistere all’anteprima. La sua storia è stata raccontata da Hamed Dera, che ha cercato di portare sullo schermo l’ambientazione della pensione-ristorante (con piatti esclusivamente originari del Burkina Faso) messa su da questa travolgente signora africana. “Chez Margherita”, però, è stata costretta a chiudere e la sua proprietaria non ha perso occasione per denunciare di essere stata abbandonata dagli italiani ma anche dai componenti della sua comunità che hanno perso un’occasione per fare rete. “Volevo che fossimo solidali tra di noi, ma gli altri immigrati non hanno capito il mio progetto – sottolinea – Siamo venuti qui per cambiare la nostra condizione in meglio, ma non riusciamo a metterci insieme. C’è bisogno di un cambiamento e l’Italia deve dare un buon esempio”. Infine, Zakaria Mohamed Ali, giornalista costretto lasciare Mogadiscio dopo l’omicidio del suo maestro di giornalismo e di altri colleghi, ha dato voce ai sogni di gloria di Dadir, campione di calcio nel suo paese, che oggi per continuare a giocare fa la sponda tra Roma e Milano, spesso senza neanche i soldi per il biglietto del treno. “So che nel mio paese la situazione sta ancora peggiorando e sono preoccupato – spiega Zacaria, emozionato nel tenere nuovamente un microfono in mano – Queste storie racconta molto anche di noi stessi, perché abbiamo fatto più o meno lo stesso percorso”.

Testo: Eleonora Camilli, per Redattore Sociale (25.1.2012)

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