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Delegazione di giornalisti e politici al CIE di via Corelli, Milano

MILANO – “Mi chiedo se Roberto Maroni sia mai venuto in un Cie -afferma Jean Leonard Touadi, deputato Pd, appena uscito dal Cie di via Corelli -. Si renderebbe conto delle condizioni di vita disumane in cui sono costretti a vivere i detenuti”. Queste strutture sono “illegali secondo la normativa europea”, dice il parlamentare dell’opposizione: “Noi chiediamo che venga revocata il prolungamento da 6 a 18 mesi e la circolare maledetta 1305: come possono essere vietati dei luoghi in uno Stato moderno? Come può il giudice di pace fare da filtro e vietare l’ingresso a dei legali di fiducia dei detenuti?”, si chiede il deputato Pd. 
 
“La struttura è fatiscente”, dice Giulio Cavalli, consigliere regionale di Sel, appena uscito dalla visita. Un’ala è ora inutilizzabile dopo gli incendi del maggio scorso. Il Cie di vie Corelli è celato in  un’ex caserma. Sopra la struttura scorre la tangenziale est, ma una serie di telecamere multa chi tenta di fermarsi in quel tratto e scattare fotografie dall’alto. Una struttura inaccessibile anche dall’esterno, che però, racconta Cavalli, all’interno si fregia di una cosiddetta “sala bennesere”, nient’altro che un ampio spazio, disseminato di sedie divelte: “Mi ricorda la scuola Diaz di Genova”, afferma Cavalli.

“Le condizioni igieniche sono pessime, le docce sono piene di ruggine”, aggiunge Savino Pezzotta, onorevole Udc e presidente del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir). “Il fatto che sia impedito l’accesso, crea inevitabilmente dei sospetti – aggiunge- che ricadono anche sul personale che lavora nella struttura, sia della Croce rossa che della polizia, che nulla c’entra con le decisioni politiche prese da Roma”. “Abbiamo fatto questa visita – conclude Pezzotta – non perché non conosciamo il centro ma per dire con estrema chiarezza che devono entrare anche i giornalisti”. Per di più, i Cie  costituiscono una delle prove che il sistema d’asilo non funziona, dato che non a tutti è concesso fare domanda e spesso i ricorsi di chi si ritrova la richiesta respinta finiscono in un nulla di fatto. Il verdetto della delegazione, alla fine, è inappellabile: “Si sta peggio che in carcere. Ed è tutto dire…”

(Scarica il video con le testimonianze dei manifestanti).

Testo e riprese: Lorenzo Bagnoli per Redattore Sociale

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