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I vestiti che fanno male
Un libro-inchiesta di Terre di mezzo Editore svela i pericoli per la salute nascosti nei capi d'abbigliamento. In libreria dal 31 marzo.

Jeans, magliette, vestiti e scarpe possono fare male: all'ambiente, ai chi li produce e anche a chi li indossa: colpa delle sostanze chimiche che vengono usate durante la confezione del capo e che, dal tessuto, passano alla pelle. "Dermatiti e allergie provocate da coloranti, candeggianti, ammorbidenti e antimuffa sono in aumento", spiega Rita Dalla Rosa, autrice del libro-inchiesta "Vestiti che fanno male" (Terre di mezzo Editore).

Quante volte capita di scoprire una piccola irritazione, un arrossamento sulle braccia, bollicine o macchie strane che compaiono all'improvviso? La colpa, in molti casi, è dei vestiti: occorre dunque stare attenti a quello che si mette nell'armadio. "Nelle tinte scure può nascondersi, ad esempio, il nickel -spiega Rita Dalla Rosa- una sostanza che può facilmente sviluppare allergia". Un'insidia che spesso si nasconde anche nei capi di marca. E i più giovani sono particolarmente a rischio: la pelle dei bambini e dei ragazzi è più sensibile e, come una spugna, assorbe tutto, esponendoli così a un rischio maggiore di dermatiti e allergie.

E se da un lato l'Europa ha messo al bando l'uso di alcuni prodotti nocivi, dall'altro non sono previsti controlli sui capi d'abbigliamento che vengono importati da paesi in cui l'uso di coloranti e altre sostanze tossiche è ancora diffuso. L'importatore, infatti, non è tenuto a verificare come avviene la produzione o quali sostanze vengono utilizzate. Ma allora come fare per difendersi? Leggere bene le etichette e andare alla ricerca della qualità, che non necessariamente si trova in un prodotto costoso. "L'ideale è un prodotto di fascia media: né griffato, né fast fashion 'usa e getta' -consiglia Rita Dalla Rosa-. I capi realizzati in Italia o in Europa, tendenzialmente, sono più sicuri".

Senza dimenticare che abiti e tessuti possono far male anche a chi li produce e all’ambiente: per un paio di jeans, per esempio, servono oltre 13mila litri d’acqua e chi lavora nel processo di sabbiatura per “invecchiare” il tessuto è a rischio di silicosi. Proprio per sensibilizzare i consumatori su questo tema, la campagna "Abiti puliti" ha promosso un'azione ad hoc: "Stop the killer jeans". Gli operai addetti alla sabbiatura, infatti, respirano durante la lavorazione grandi quantità di silice, una polvere tossica che provoca silicosi, una malattia letale che si sviluppa nell'arco di 6-24 mesi di lavoro. Sul sito cleanclothes.org è possibile seguire la campagna.

TESTO: Ilaria Sesana

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