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La virtù dei forti

Massimiliano ha un hobby, la fotografia. E una professione, di poca gloria (almeno in Italia) e ancor meno soldi: è dottorando in Lingue orientali a Venezia. Tra i suoi fiori all'occhiello la conoscenza del persiano e lo studio dell'Islam. Un uomo di mondo che ha visitato molti Paesi da bollettino di guerra: l'Iraq, l'Iran, l'Afghanistan. Ma anche la Siria, il Bahrein, la Cina. Un elenco che a ogni frase si allunga. Londra, New York. Nelle sue espressioni cogli il guizzo di una sana e curiosa inquietudine. Difficile immaginarlo a fare "anticamera".

Seduto composto sulla sedia, con le lunghe gambe da gestire. Le mani trattenute a stento sulle ginocchia; immobili, quando vorrebbero disegnare racconti nell'aria. E quel piercing al sopracciglio: una tentazione costante nello scorrere di vuote mezz'ore. Giocarci con le dita per interrompere la noia. In attesa di un cenno, un saluto, il suo turno. L'anticamera è un'arte, una disciplina rigorosa e severa. Tempra lo spirito, saggia le idee.

Nel vestibolo di una Scuola di Corano, in Siria, Massimiliano Fusari ha atteso 86 giorni, su novanta che aveva a disposizione prima che l'areo del ritorno partisse. Si presentava al mattino e si accomodava. Credo abbia respirato molto in quei giorni. Inspiro ed espiro. Dentro aria, energia, la convinzione di farcela. Fuori dubbi, tensione, la voglia di mandar tutto a quel tal paese. Un atto involontario, naturale, che diventa voluto, studiato. Ritmo e concentrazione per non cedere alla tensione, alle lacrime. "Alla fine ho portato a casa sei ore di foto", dice. Pazienza. La stessa richiesta ai giovani del nostro Paese, destinati ad aspettare in università, al lavoro, nella ricerca di casa, nella realizzazione del loro futuro. Pazienza, un respiro. E poi un altro, dentro, fuori.

Testo di Elena Parasiliti

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