Nelle mani dei beduini Rashaida, che da quasi due mesi tengono prigioniero un gruppo di profughi di origine eritrea, c'è anche un ragazzo che nel luglio 2009 era stato respinto dalle motovedette italiane dieci chilometri a largo di Lampedusa. "Dopo lunghe peripezie nelle carceri libiche, ora si trova ostaggio dei trafficanti", denuncia don Mosé Zerai, presidente dell'agenzia Habeshia, che dal 23 novembre scorso tiene i contatti con i profughi. Tekle (nome di fantasia) ha 25 anni e nell'estate 2009 aveva tentato la traversata del Mediterraneo per raggiungere l'Italia, ma è stato respinto: "Nella fase di respingimento si trovava a bordo di un'imbarcazione con una trentina di persone: metà eritrei e metà somali", spiega don Mosé che ha raccolto oggi la testimonianza del ragazzo.
Una volta respinti in Libia, grazie all'interessamento dell'Unione Forense per la tutela dei diritti dell'uomo, hanno presentato un ricorso alla Corte europea per i diritti dell'uomo, ma la giustizia che attendono tarda ad arrivare. "Questo giovane eritreo non ce l'ha fatta ad attendere in Libia l'esito di questo ricorso, ha tentato di entrare in Israele, ma ha trovato un altro carcere ad attenderlo, quello dei trafficanti", spiega don Mosé. Tekle implora di essere liberato: "Siamo stanchi di tutti questi pestaggi". "Gli effetti devastanti dei respingimenti indiscriminati portati avanti in questi anni, hanno dato anche questo di risultato: persone che hanno il diritto di asilo finiscono in pasto ai predoni del deserto -commenta don Mosé Zerai-. Chiediamo che l'Europa si impegni per liberarli e garantire loro il diritto di asilo che gli e stato negato".
Scritto da Ilaria Sesana per l'agenzia Redattore sociale.










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