Delou, in wolof, significa "torno a casa". Lo scriveva, a mo' di saluto, un amico che dopo dodici anni in Italia, fianco a fianco con la nostra redazione, a ottobre ha fatto ritorno in Senegal. Ad accoglierlo, laggiù, la sua famiglia africana: la mamma, la moglie, il piccolo Samba.
"A voi lascio il mio cuore, la mia storia e mio fratello", proseguiva. Un uomo parte e lascia un posto "vuoto". Accade ogni volta che si cambia casa, lavoro, giro di amicizie. Accade soprattutto con la morte, dove il commiato non ha nemmeno il sapore consolatorio di un arrivederci. Accade nostro malgrado, ma ce ne accorgiamo (eccome).
A creare quel senso di vuoto e di vertigine non però la reale assenza dell'altro, ma la lenta lacerazione che accompagna e precede il momento del distacco. Una sensazione che a volte diventa persino "fisica": nausea, ancor piu` che lacrime. Il tutto finisce quando quell'atto si compie. Poi dentro di noi rimane un vuoto fatto di pace e silenzio.
Fateci caso: quando qualcuno parte, nello stesso istante c'è già qualcun altro che bussa alla porta. Un bimbo che arriva, due nuove colleghe, una persona a cui dare il benvenuto. Sarà riempito quel vuoto? Non credo, ma questa dinamica ci ricorda che il nostro cuore è elastico. Capace, tra un battito e l'altro, di tenere in sé partenze e arrivi.
Di ELENA PARASILITI
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