Dagmawi Yimer si definisce “regista per caso”. Etiope, nato ad Addis Abeba nel 1977, è arrivato in Italia il 30 luglio 2006. Con un gruppo di altri migranti provenienti dalla Libia è stato soccorso da una motovedetta della Guardia costiera e condotto a Lampedusa. A quattro anni da quel primo sbarco Dagmawi Yimer (assieme ai registi Fabrizio Barraco e Giulio Cederna) torna sull’isola delle Pelagie per raccontare l’isola, i suoi abitanti e le sue contraddizioni con il documentario “Soltanto il mare” presentato ieri al Milano film festival nell’ambito della rassegna “Immigration day”.
“Ho trascorso la mia prima settimana in Italia nel centro di accoglienza vicino all’aeroporto”, racconta Dagmawi nel film, parlando con un pescatore. Giorno dopo giorno, raccoglie le testimonianze degli abitanti dell’isola, scopre così che quello che pensava un luogo all'avanguardia del benessere si rivela invece un lembo di terra impregnato di contraddizioni, giochi politici e con un'identità alterata dalle distorsioni mediatiche. “I clandestini a noi di problemi non ne creano. Sono altri i problemi dell’isola” dice un lampedusano. Ad esempio gli scempi provocati dalla speculazione edilizia e dal turismo sfrenato all’isola: “Abbiamo dimenticato di voler bene al posto in cui viviamo”, è il commento amaro di un costruttore di barche.
Dagmawi Yimer è fuggito dall’Etiopia nel 2005, a seguito degli scontri post-elettorali del 2005 che costarono la vita a 200 persone. “Non vedevo un futuro, mi sentivo in pericolo”, ricorda. Nel 2008, con il documentario “Come un uomo sulla terra”, racconta in prima persona l’odissea dei migranti in fuga dal Corno d’Africa attraverso la “trappola libica”.
“Sono stato fortunato a lasciare la Libia – commenta Dagmawi -. Ora però le spese per il viaggio sono aumentate e sempre più persone muoiono. Più si stringe, più la gente soffre”. Torna poi a focalizzare l’attenzione sulla vicenda dei 250 eritrei detenuti per giorni nel carcere di Brak, nel deserto libico: “Il governo libico ha dato a questi ragazzi un permesso di tre mesi che scadrà a settembre – ricorda-. Sono abbandonate da tutti e non sanno cosa li aspetta”.
TESTO: Ilaria Sesana per l'agenzia Redattore Sociale










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