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Campione di kick boxing arrestato per terrorismo
La storia di Youness Zarli: tre espulsioni dall'Italia, un anno di carcere in Marocco, due processi e un grande buco nell'acqua. Quello dei servizi segreti italiani, che l'hanno scambiato per un pericoloso terrorista.

I servizi segreti italiani hanno scambiato il campione italiano di kick boxing, Youness Zarli, per un pericoloso terrorista. L'agenzia di stampa Redattore Sociale ha incontrato i suoi avvocati a Milano e a Rabat, e sua moglie, Jessica Zanchi, a Bergamo. È grazie a lei se questa storia è venuta a galla: dal suo blog younesszarli.wordpress.com ha lanciato l'appello “Verità e giustizia per Youness Zarli”.

Tutto inizia il 16 maggio 2005. A Napoli si disputano i campionati italiani di kick boxing. E il ventiquattrenne Youness Zarli si qualifica primo nella categoria light contact, con la maglia della Bergamo Boxe. Il quotidiano “L'Eco di Bergamo”, la città dove Youness vive con i due fratelli maggiori da quando è arrivato in Italia, dal Marocco, otto anni prima, gli dedica un trafiletto con tanto di fotografia. Sei mesi dopo, il 28 novembre 2005, i servizi segreti italiani decretano la sua espulsione, tramite un decreto dell'allora ministro dell'Interno Beppe Pisanu, per aver “tenuto condotte tali da far ritenere che la sua permanenza nel territorio dello Stato possa agevolare organizzazioni legate al terrorismo islamico”.

Strano che un terrorista frequenti palestre di boxe e discoteche, come quella dove un anno prima ha conosciuto la ragazza che poi sposerà. Strano anche che vada in giro con i capelli biondi ossigenati, e che porti la ragazza in vacanza a Parigi e al mare in Calabria. Ma chiunque può obiettare che queste non sono prove. E infatti non lo sono. Ma il punto è che le prove non ci sono mai state. Non le ha trovate nemmeno il tribunale di Rabat che lo ha processato. Sì, perché dopo l'espulsione dall'Italia il 5 dicembre 2005 Youness Zarli viene arrestato all'aeroporto di Casablanca. Lo portano nel carcere segreto di Temera e lì lo torturano per 10 giorni per estorcergli una qualsiasi confessione. Ma Youness non ne sa niente. La sentenza arriva il 29 novembre 2006, dopo un anno di carcere. La corte d'appello di Rabat “proscioglie l'imputato” dai reati di terrorismo “visto che non ci sono né prove né elementi”.

Finalmente Youness torna in libertà. Una volta fuori dal carcere di Salé, decide di sposarsi con Jessica. Subito dopo l'Italia gli rilascia un visto per ricongiungimento familiare. Può tornare a Bergamo, l'incubo sembra finito. Ma in Italia lo aspetta la Digos. Lo pedinano, e quando il 4 maggio 2007 si presenta in questura per ritirare il nuovo permesso di soggiorno lo arrestano con un blitz in pieno centro con tanto di pistole spianate, faccia a terra e manette ai polsi. È la sua seconda espulsione. Stavolta in Marocco non viene arrestato all'aeroporto. Decide di riprovarci di nuovo, il visto è ancora valido, ma ancora una volta, atterrato in Italia viene rintracciato e rimpatriato. È il 21 novembre 2007. Il suo nome è sulla lista nera e con un'espulsione dell'antiterrorismo un suo reingresso in Italia è inimmaginabile. Almeno prima dei dieci anni di divieto di reingresso previsti dal decreto di espulsione del ministero dell'Interno.

Youness si mette l'anima in pace. La moglie Jessica continua a fare avanti e indietro tra il Marocco e l'Italia. Nasce il bambino, Adam. Insomma la vita sembra riprendere lentamente la sua normalità. Fino a quel maledetto 11 aprile 2010: il campione italiano di kick boxing viene arrestato dall'antiterrorismo a Casablanca e detenuto nel carcere segreto di Temera. Questa volta Youness ci passa 26 giorni, lo tengono alla fame, perde 13 chili di peso. Intanto la moglie Jessica fuori lancia appelli sulla stampa marocchina per avere notizie del marito sequestrato dalla polizia senza nessuna convalida del giudice e senza nessun mandato. Niente di strano, le spiegano. Si tratta della legge speciale antiterrorismo adottata in Marocco nel 2003 e che prevede fino a 12 giorni di custodia senza convalida del giudice, che nella pratica però spesso oltrepassano il mese.

Dalla data dell'arresto passano quattro mesi. Quattro mesi rinchiuso nel carcere di Salé. A giugno Youness inizia uno sciopero della fame con altri 20 detenuti. Nutrendosi soltanto di acqua e zucchero, arrivano a 37 giorni di digiuno. Chiedono libertà e giustizia. Riprendono a mangiare solo il 7 luglio, dopo che due di loro vengono ricoverati in gravissime condizioni. Quello stesso giorno, un altro gruppo di 43 detenuti nella prigione di Kenitra entra nel sedicesimo giorno di sciopero della fame. Le rivendicazioni sono le stesse del gruppo di Salé: libertà e giustizia per essere stati ingiustamente condannati per terrorismo in mancanza di prove e dopo confessioni estorte sotto tortura. Loro sono in carcere da otto anni, e tra loro c'è anche il fratello maggiore di Youness, Salah Zarli, classe 1970. E qui sta l'origine di tutti i mali, della segnalazione di Youness all'antiterrorismo italiana e della sua persecuzione giudiziaria: essere il fratello di uno dei condannati per gli attentati di Casablanca.

Salah viveva a Bergamo dagli anni Novanta, insieme a Youness e a un terzo fratello. A differenza di Youness, Salah è un uomo religioso. Lavora come autista e nelle pulizie, frequenta la moschea di viale Jenner, a Milano. E nel 1999 si reca in viaggio in Afghanistan, dove trascorre sei mesi. Il che, fino a prova contraria, non è di per sé un reato. Tre anni dopo, scoppia la guerra americana in Afghanistan contro i talebani. E di pari passo inizia la strategia dell'antiterrorismo. Basta un minimo sospetto per essere arrestati. In Afghanistan come altrove. E Salah, che in Afghanistan c'era stato, finisce dentro. Lo arrestano a Casablanca nell'agosto del 2002. Sette mesi dopo, il 16 maggio 2003, a Casablanca esplode un'autobomba e una decina di kamikaze si fanno saltare in aria in cinque punti della città, causando la morte di 45 persone. Salah viene condannato a morte come uno dei responsabili di quegli attentati, insieme a 80 coimputati, pur non essendosi mosso dal carcere nei sette mesi precedenti l'attentato. L'esecuzione viene commutata in una pena all'ergastolo. Un giudizio giudicato approssimativo anche da Amnesty International, che ha dedicato più di un rapporto all'utilizzo sistematico della tortura da parte dell'antiterrorismo marocchina per estorcere confessioni e far firmare verbali di dichiarazioni mai rese agli oltre 2.000 marocchini arrestati per terrorismo dal 2002.

E Amnesty International si è spesa anche in favore di Youness Zarli con un comunicato del 29 aprile 2010, a cui ha seguito una interrogazione parlamentare alla Farnesina, presentata dai Radicali il 5 maggio 2010. Oltre ad Amnesty, il caso Zarli è monitorato dalla fondazione Karama, dalla Organizzazione marocchina per i diritti umani, ed è stato denunciato oltre che sulla stampa marocchina anche dalla televisione Al Jazeera.

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