Da trent'anni Camillo (nome di fantasia) vive in piazzale Baracca. La panchina è il suo letto, la fontanella comunale la sua doccia, l'edicolante il suo vicino. Barba lunga e una radiolina al collo per tenersi in contatto col mondo, da giovane Camillo viveva in famiglia e faceva il metronotte. Da quando, nel 1980, finì sui giornali per essersi messo a sparare sui passanti, per lui è iniziata un'estenuante via crucis di ricoveri in Tso, trattamenti sanitari obbligatori. La sua diagnosi è pesante: schizofrenia paranoide cronica. Camillo ha un pensiero disorganizzato, sente "voci" che esistono solo nella sua testa (dispercezioni acustiche) e, a volte, si rinchiude in un mondo parallelo, tutto suo.
Un mondo in cui riescono a entrare solo gli operatori di strada della Croce Rossa e i volontari milanesi delle Missionarie della Carità, l'ordine religioso fondato da Madre Teresa di Calcutta che è diventato la sua famiglia, dopo che parenti e fratelli, tutti residenti a Milano, lo hanno abbandonato sulla strada. I volontari di Madre Teresa gli danno da mangiare, alleviano la sua solitudine, curano le piaghe procurate da un'insufficienza venosa che gli provoca ulcerazioni infette e sanguinanti su tutte le gambe e lo pone a rischio di setticemia. Camillo avrebbe quindi bisogno di una cura costante, sia come terapia farmacologica che come sostegno psichiatrico, un'assistenza di lungo periodo che solo una struttura attrezzata e competente potrebbe assicurargli.
In Lombardia, le realtà socio-sanitarie di questo tipo sono una quindicina: tutte sono state interpellate da Laura Ferrario, una dei volontari di Madre Teresa, che appena pochi giorni fa è stata nominata amministratore di sostegno del clochard dal Tribunale di Milano, che non è rimasto indifferente davanti alla drammaticità della vicenda, dapprima nella persona del Pm Maria Laura Amato e quindi del suo Giudice Tutelare, Francesca Ferruta. Nessuna delle strutture, però, si è resa disponibile ad accogliere il senza dimora, che in questi giorni si trova all'ospedale San Carlo di Milano per l'ennesimo Tso, "non per carenza di posti, ma perché è un paziente difficile, un amministrato" dice Laura Ferrario. Il pericolo, ora, è che Camillo torni sulla strada: secondo la Ferrario, il Cps-Centro Psico sociale di zona 7, che lo ha in cura, ritiene che le dimissioni dall'ospedale San Carlo siano indispensabili, nonostante l'uomo sia "totalmente incapace di intendere e volere, totalmente incapace di provvedere a se stesso, e sebbene non ci sia ancora alcuna alternativa alla panchina", prosegue Ferrario.
Camillo, tra l'altro, da qualche giorno è rientrato in possesso di un piccolo capitale accumulato con la pensione d'invalidità (per anni sottratta da un parente alla destinazione per cui veniva erogata, ossia l'assistenza di Camillo, in forza di un libretto cointestato) ed oggi sarebbe in grado di potersi permettere una retta in una struttura convenzionata, anche se per pochi mesi. Bisogna quindi trovare una struttura disposta ad accogliere quest'uomo e a salvare la sua vita, curandolo con una terapia farmacologica e psichiatrica di lungo periodo.
Per vincere questa sfida, l'amministratrice di sostegno sta bussando davvero a tutte le porte: ieri ha scritto all'assessore regionale alla Sanità, Luciano Bresciani, alle Sottosegretarie al Ministero della Salute, Francesca Martini ed Eugenia Roccella, a don Luigi Maria Verzè, fondatore dell'Ospedale San Raffaele. Una tenacia che inizia a smuovere qualcosa: nel giro di 24 ore l'assessore Bresciani ha telefonato al San Carlo, dove gli hanno assicurato che non dimetteranno Camillo nell'immediato, in attesa che venga trovata una realtà in grado di accoglierlo. Intanto, in mattinata ha risposto all'appello anche l'assistente personale di don Verzè, che nelle prossime ore portrebbe ricevere Laura Ferrario per trovare insieme una soluzione che doni una rinnovata dignità alla vita di Camillo.
Scritto da Andrea Rottini per l'agenzia Redattore sociale











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