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Aiutateci, stiamo morendo
Il disperato appello dei 250 eritrei detenuti a Brak arriva via sms. Cir e Amnesty: "Non riportateli in Eritrea, accogliamoli in Italia".

Non possiamo sapere quanti siano, ma siamo certi che fra i 250 eritrei che rischiano la deportazione ci siano rifugiati respinti nel 2009 dalle forze italiane in Libia», Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) non nasconde la preoccupazione. Da diversi giorni infatti questi giovani profughi (in fuga dalla dittature militare di Isaias Afeworki, ndr) sono rinchiusi nel carcere di Brak a 80 chilometri da Sebah, nel cuore del deserto libico.

"Siamo colpiti da malattie contagiose, la tortura è una pratica comune e, quel che è peggio, siamo rinchiusi in celle sotterranee dove la temperatura supera i 40°. Stiamo soffrendo e morendo. Perché dovremmo morire nel deserto dopo essere fuggiti dal nostro Paese dove venivamo torturati e uccisi? Vi preghiamo di far sapere al mondo che non vogliamo morire qui e che siamo allo stremo. Vogliamo un luogo di accoglienza più sicuro". In un sms, i giovani eritrei racchiudono la loro disperazione e il loro drammatico appello.

Ammassati in uno stanzone con poco cibo e pochissima acqua, la temperatura esterna sfiora i 50 gradi, i bambini e le donne svengono per la mancanza d'aria. Diciotto persone sono gravemente ferite a seguito del pestaggio subito dalla polizia libica nel carcere di Misratha ma non hanno mai ricevuto cure mediche. Il 29 giugno, i 300 detenuti del carcere si erano rifiutati di compilare i moduli forniti dall'ambasciata eritrea: temevano che fosse il primo passo verso il rimpatrio forzato. Così è scattata la ribellione, duramente repressa dai libici.

Oggi si sarebbe svolta una riunione tra le autorità libiche e l'ambasciatore eritreo. "È stata annunciata un'imminente visita dell'ambasciatore al campo di Brak - dice don Mussie Zerai, presidente dell'associazione Habeshia di Roma che riesce a mantenere un contatto con i profughi -. La notizia è stata naturalmente accolta con grande preoccupazione, perché si teme che l'obiettivo sia il rimpatrio in Eritrea". Per questo motivo l'associazione Habeshia rinnova l'appello  lanciato nei giorni scorsi dagli stessi eritrei: "Che un paese terzo e democratico si faccia carico di accogliere queste persone. Ma per il momento - conclude don Mussie - registriamo solo silenzio".

A rilanciare l'appello dell'associazione Habeshia è intervenuto nuovamente il Consiglio italiano per i rifugiati: "Abbiamo motivo di pensare che il governo italiano finalmente si stia muovendo - dice Christopher Hein, direttore del Cir -. Ma non c'è più tempo da perdere. Ripetiamo con forza la nostra richiesta al Governo Italiano di trasferire e re insediare i rifugiati eritrei in Italia". Il Cir si appella inoltre a tutte le autorità coinvolte affinché i rifugiati siano rassicurati che non saranno rimpatriati e che la prevista visita dell'Ambasciata Eritrea di Tripoli nel centro non comporti né la deportazione né rappresaglie contro i familiari dei rifugiati rimasti in Eritrea. 

(Foto: Gabriele Del Grande)

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