"L'Europa? Una fortezza con le mura piene di buchi: entrarvi è relativamente facile". Il professor James Wickham, sociologo al Trinity College di Dublino, è intervenuto oggi all'università Bicocca di Milano con un seminario sulle nuove mobilità nel Vecchio continente. "Non è vero che l'Italia ha bisogno degli stranieri perché gli italiani sono vecchi: basterebbe puntare sulle politiche per la famiglia". E mentre gli extracomunitari tendono a stabilizzarsi nel paese che li ospita, la mobilità intra-europea diventa un fenomeno “mordi e fuggi”.
Lei ha studiato il flusso migratorio dei polacchi in Irlanda...
Come probabilmente saprà, negli ultimi dieci anni l'Irlanda è passata da un paese di emigrazione, com'erano il sud Italia e la Grecia, a paese di immigrazione, con circa il 15% della popolazione proveniente dall'estero, uno dei tassi più elevati dei paesi Oecd (l'organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo che raccoglie 31 tra i paesi più industrializzati, ndr) . La recessione che ci ha colpito, anche più dura di quella subita dall'Italia, ha indotto molti migranti, provenienti in particolare da Polonia, Bielorussia e Lituania, a fare ritorno nei loro paesi.
Che idea si è fatto di queste persone?
Io e i miei colleghi abbiamo parlato con i giovani migranti polacchi a Dublino sul loro lavoro, le loro prospettive di carriera e le loro speranze per il futuro. Questa immigrazione è molto diversa da quella a cui eravamo abituati: per prima cosa le persone non vengono qui per stabilirsi ma fanno avanti e indietro con il loro paese oppure rimangono in attesa di partire per un paese terzo. Più che immigrazione si tratta di mobilità, un fenomeno facilitato dalle tecnologie oggi a disposizione di tutti (telefoni cellulari, computer) e alle linee aeree low cost come Ryanair, che consentono di viaggiare facilmente e a prezzi bassi. Grazie a questi strumenti, è come se la gente avesse iniziato a vivere un due posti conteporaneamente: si può stare seduti in un caffè in Polonia e cercare lavoro a Dublino. C'è poi un altro fattore
Quale?
Entrando nell'Unione europea, nei paesi Ue i cittadini dei paesi europei hanno gli stessi diritti, per quanto riguarda il lavoro e lo stato sociale, dei cittadini dei paesi che li ospitano. Queste due variabili, la tecnologia e la cittadinanza, hanno cambiato la natura dell'immigrazione in Europa. Oggi la gente non emigra solo per fare soldi, ma piuttosto per realizzare un determinato stile di vita.
E chi arriva da fuori Europa, cosa cerca?
Negli anni Novanta in Irlanda c'erano parecchi rifugiati soprattutto di origine africana e, cosa interessante, hanno sviluppato una vita sociale, vogliono essere parte della società e acquisire la cittadinanza. Chi, invece, arriva da paesi come Lituania e Polonia non è interessato ad acquisire la nostra cittadinanza e gode di diritti più limitati.
Cosa ne pensa delle politiche dell'Ue per l'immigrazione?
L'Europa è una fortezza con molti buchi nelle mura e, per la gente, entrarvi è relativamente facile. Ogni discorso serio sull'immigrazione in Europa dovrebbe partire da questo. Altrimenti si rischia di cadere in spiegazioni sciocche.
Ad esempio?
Come dire che l'Italia ha bisogno di più immigrati perché gli italiani stanno invecchiando. Se veramente il govero lo volesse, dovrebbero contribuire ad innalzare la natalità favorendo il lavoro part time e il job sharing. Quindi, la “scusa” demografica non regge. Se mi chiede se in Europa dovremmo avere una maggior politica d'immigrazione, io credo che sfortunatamente dobbiamo limitarla perché gli europei non accettano un'immigrazione di larga scala, per i governi continentali sarebbe un suicidio politico. È difficile dire come governare questo fenomeno: ogni paese ha il diritto di controllare gli accessi.
TESTO: Andrea Rottini per l'agenzia Redattore sociale










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