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Io, prigioniero in Afghanistan
Matteo Dell'Aira, uno dei volontari di Emergency arrestati in aprile a Lashkar Gah, racconta la sua avventura a Milano

 

MILANO- “Da quando Emergency ha lasciato Lashkar Gah, i feriti che non si possono permettere una clinica privata possono scegliere solo tra un'ospedale senza attrezzature ricavato all'interno di un vecchio centro veterinario e le cure dei santoni del villaggio”. Lo racconta Matteo Dell'Aira, uno dei tre volontari italiani di Emergency arrestati lo scorso 10 aprile in Afghanistan con l'accusa, poi rivelatasi priva di fondamento, di intrattenere legami con i talebani e di aver cospirato contro la vita del governatore della provincia di Helmand. Domani alle ore 19, Matteo Dell'Aira racconterà la propria esperienza all'incontro “Voci dall'Afghanistan” che si terrà alla “Libreria del mondo offeso”, in corso Garibaldi 50 a Milano.

Il 10 aprile scorso nove dipendenti di Emergency, tra cui tre italiani, furono arrestati dai servizi segreti afghani dopo il ritrovamento di armi nell'ospedale di Lashkar Gah. “Ci trattennero per quattro notti nel carcere locale, prima di trasferirci in quello di Kabul -racconta Dell'Aira- dal quale siamo stati rilasciati il 18. Siamo stati ripetutamente interrogati dal personale dei servizi afghani a proposito delle armi ritrovate nell'ospedale, ma nessuno di noi le ha mai viste né prima né dopo l'irruzione delle forze afghane”. 

Ad oggi l'ospedale di Emergency a Lashkar Gah è ancora chiuso, mentre il personale dell'associazione lo protegge da eventuali furti o attacchi. La struttura di Emergency era l'unica possibilità di cura per i locali: “La nostra struttura curava una media di 200 persone al mese, per l'80% vittime della guerra, per il 40% bambini -continua Dell'Aira-, i civili locali e qualche volta anche persone coinvolte nei combattimenti, militari o guerriglieri. La nostra intenzione è quella di riaprire al più presto la struttura, ma prima dobbiamo avere le necessarie garanzie per la sicurezza nostra e dei nostri pazienti”.

Testo: Andrea Legni per Redattore Sociale

 

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