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“Haiti è tornata nel dimenticatoio”
A sei mesi dal sisma che ha devastato l'isola caraibica con oltre 220 mila morti, la denuncia della giornalista Lucia Capuzzi, autrice di "Haiti. Il silenzio infranto".

MILANO – A sei mesi dal terribile sisma che ha colpito Haiti provocando oltre 220 mila morti, la luce dei mass media sulle condizioni dell'isola caraibica e dei suoi abitanti è andata via via affievolendosi, fino a scomparire. “Haiti è tornata nel dimenticatoio internazionale dov'era stata prima del terremoto”, dice Lucia Capuzzi, giornalista esperta in questioni latinoamericane, autrice di “Haiti. Il silenzio infranto” (Marietti, 2010, 168 pagine, euro 13), vibrante reportage frutto di un viaggio di tre settimane realizzato sei mesi prima del sisma che ha messo in ginocchio la “perla nera dei Caraibi”. Un paese in cui molto era distrutto ancora prima del 12 gennaio, ma che ancora oggi coltiva un'ostinata voglia di futuro.

 
“Haiti non è solo una nazione devastata dal terremoto ma un paese che già versava in condizioni disperate -spiega Lucia Capuzzi-: la carenza di infrastrutture è cronica in una nazione che ha subito 300 anni di schiavitù, una guerra d'indipendenza, un fortissimo debito estero che ha pesato sul paese fino a metà Novecento. Il problema di Haiti resta il suo passato e il fatto che non è mai stato fatto un piano organico di aiuti: sul campo ci sono vaire ong ma ci vuole un impegno serio con la comunità internazionale. Oggi le campagne sono devastate: dobbiamo dare loro una possibilità di svilupparsi, di ricostruire e di avere uno sviluppo agricolo perché finché continueranno ad ammassarsi in città non avranno possibilità di uscire dalle baraccopoli”.
 
Una risurrezione possibile perché “negli ultimi anni, prima del terremoto, la situazione era molto migliorata -prosegue Capuzzi-. C'era molta vitalità, soprattutto tra i giovani, che costituiscono il 70% della popolazione, in grado di inventarsi radio improvvisate e, nelle università, comitati di studenti con grande voglia di fare. Una forza da incanalare bene, perché Haiti non è un'isola senza speranza”. Una sfida che la comunità internazionale non sembra aver finora accolto con la dovuta attenzione: “C'è bisogno di capire quanto voglia impegnarsi nel concreto -spiega la giornalista-, che non vuol dire distribuire i soldi a pioggia, ma predisporre un piano organico di ricostruzione, costruire fogne, strade, centri sanitari e infrastrutture di viabilità. Senza queste opere Haiti non può sopravvivere”.
 
Un'opera colossale alla quale le Ong contribuiscono con il loro prezioso lavoro quotidiano: “Con pochi soldi fanno un lavoro encomiabile sul territorio e riescono a dare piccoli aiuti concreti alla gente” spiega Capuzzi, che ha deciso di devolvere i diritti d'autore della sua opera proprio a sei organizzazioni non governative attive ad Haiti: Avsi, Centro Lakai di Padre Attilio Strà. Cesvi, Medici Senza Frontiere, Ospedale Saint Camille di Port-au-Prince, Terres des Hommes.
 
Aiuteranno a raccogliere fondi per la Croce Rossa, invece, gli scatti realizzati dal fotografo Moises Saman per la mostra “Haiti, the Melancholy of Shadows” (Haiti, la malinconia delle ombre), dal 15 al 30 giugno allo Spazio Tadini di via Jommelli 24 a Milano. Proprio per il suo lavoro sulle elezioni presidenziali del 2006 ad Haiti, l'autore nel 2007 ha vinto il prestigioso riconoscimento World Press Photo: oltre a queste immagini, la rassegna milanese propone altri scatti realizzati dopo il terremoto.
 
TESTO: Andrea Rottini per l'agenzia Redattore sociale

 

 

 

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