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Nonviolenza attiva
Don Tonino Bello la chiamava l’etica del volto. La suggeriva come una buona pratica da adottare non solo per difendersi dai soprusi, ma soprattutto per evitare di diventarne gli artefici.

Don Tonino Bello la chiamava l’etica del volto. La suggeriva come una buona pratica da adottare non solo per difendersi dai soprusi, ma soprattutto per evitare di diventarne gli artefici. Nonviolenza attiva: un punto di partenza indispensabile per allacciare rapporti umani più credibili e veri. 

Il segreto? Contemplare il volto di chi si ha di fronte, concentrarsi su di lui e non su quel malmostoso oggetto, parecchio ingombrante, che si chiama io. In questo modo, scriveva il sacerdote allora vescovo di Molfetta e presidente del movimento di Pax Christi, si poteva combattere non solo la violenza delle armi, ma soprattutto le subdole violenze di ogni giorno. Quelle da cui nessuno è escluso. 

Quando in una discussione si risponde male anche se si è dalla parte della ragione. Quando si vuol piegare la volontà degli altri alla propria, fosse anche per prendere una decisione di poco conto, magari tra amici. Quando un genitore pretende di intervenire nella vita del figlio, perché corrisponda ai propri desideri che, se pur buoni, non rispettano la sua indole. Ma anche ai vertici, nelle posizioni di potere, quando si vanta un prestigio o un’autorevolezza che incute paura più che rispetto o stima, in colleghi e collaboratori.

Ogni volta che distogliamo lo sguardo dall’altro, corriamo il rischio di commettere una violenza. Vale lo stesso nei confronti delle regole. Quando davanti al volto dell’altro mettiamo la legge o i pre-giudizi, quasi fossero un paravento alla sua umanità, veniamo catapultati in un mondo in cui chi è rom nega la propria identità pur di ottenere un contratto di lavoro in regola. Nonviolenza attiva, sempre. 

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