Parlare di moda a Cuba può sembrare un paradosso: le capitali della moda sono altre. Milano, Parigi, New York, il cuore del fashion business. Ma quello che desideravo era indagare i circuiti alternativi, in contesti culturali e geografici più isolati. Per questo sono sbarcato nell’isola dei Castro.
A cinquant’anni dalla rivoluzione, il bloqueo economico è ancora presente e la crisi si fa sentire, questo però non ha indebolito “il senso estetico” di un popolo che ama da sempre “vestirsi bene”. La difficoltà nel reperire le materie prime, in particolare i tessuti, ha stimolato la creatività degli stilisti, obbligandoli a realizzare capi e accessori con materiale povero o riciclato (carta, cartone, rafia, plastica, nylon) e ad adattare il vestito ai materiali utilizzati. Una moda che gioca con forme e colori, sperimenta e privilegia le soluzioni artigianali a quelle industriali.
Le creazioni “avanguardiste” di Rafael Suao Lazo e Lazaro “Dulce” Dobauchet Rodriguez, gli abiti semplici ed eleganti di Mario Freixas che ha trasformato la propria casa in una boutique, i pezzi unici di Raul Castillo o il connubio tra moda e musica proposto dal sodalizio artistico tra lo stilista Cankum e Haila Mompiè, la cantante più glamour dell’isola. Sono tutte espressioni del fermento che si respira tra le strade de L’Havana e che talvolta supera i confini caraibici, come nel caso di Carlos Quevedo, un ragazzo dall’inglese perfetto, che ha partecipato a manifestazioni e concorsi internazionali, tra cui il Mittelmoda di Gorizia, o di Jose Luis, stilista e artista che ha il suo quartier generale presso l’hotel Havana Libre nel quartiere Vedado, dove tre volte a settimana intrattiene i turisti con i propri capi dipinti a mano.
Ma l’isolamento continua. A Cuba non esistono riviste di moda: stampare costa caro e in pochi hanno libero accesso a internet, così diventa impossibile far conoscere i propri prodotti o scoprire le ultime tendenze. Ma anche in questo caso lo spirito “solidale” prevale e ci si tiene aggiornati con fotocopie. E per sfilare, si attende una convocazione alla “Maison”, la casa della moda cubana. O si approfitta di una strada e dell’obiettivo di un fotografo.
TESTO DI DANIELE TAMAGNI











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