Malfunzionamento, scarsa tutela dei diritti umani, assistenza sanitaria, psicologica e legale insufficiente, ma anche uno stato di profondo malessere che sfocia in continue risse, rivolte ed episodi di autolesionismo. È un quadro con molte ombre e nessuna luce quello presentato questa mattina a Roma dall’organizzazione umanitaria Medici senza frontiere, che ha condotto un’indagine sui Centri per migranti sparsi su tutta la Penisola. Dopo l’indagine condotta nel 2003 e pubblicata l’anno successivo su 16 centri per stranieri, la Missione Italia di Msf è tornata sull’argomento con una nuova ricerca svolta in due momenti differenti: nell’autunno 2008 e nell’estate del 2009, dopo l’estensione da 2 a 6 mesi del tempo massimo di trattenimento all’interno dei Centri di espulsione e il brusco ridimensionamento degli arrivi dei migranti via mare. La ricerca, intitolata “Al di là del muro. Viaggio nei centri per migranti in Italia” indaga, ancora una volta, le condizioni socio-sanitarie, lo stato delle strutture, le modalità di gestione, gli standard dei servizi erogati e il rispetto dei diritti umani nei Centri di identificazione e di espulsione (Cie) per migranti senza permesso di soggiorno, nei Centri di accoglienza per richiedenti asilo e migranti (Cara) e nei Centri di accoglienza (Cda).
L’esigenza di effettuare una nuova ricerca – spiega l’organizzazione – è nata sia dal “persistere di un sistema impermeabile a osservatori esterni” sia dalla volontà di verificare se qualcosa fosse cambiato in seguito alle denunce raccolte dalla Commissione istituita dal ministero dell’Interno e presieduta dal rappresentante delle Nazioni Unite, Staffan De Mistura, che ha visitato i centri nel corso del 2006. Ebbene, dalle 35 visite effettuate da Medici senza frontiere tra il 2008 e il 2009 è emerso che poco o nulla è cambiato rispetto ai tempi della prima indagine. In primo luogo – rileva Msf – “nonostante siano stati istituiti da più di un decennio, la gestione dei Centri per migranti sembra ancora ispirata da un approccio emergenziale e in larga parte lasciata alla discrezionalità dei singoli enti gestori”. In particolare, l’indagine mette in rilievo la “scarsa trasparenza verso l’esterno” testimoniata “dal rifiuto del ministero dell’Interno di rendere disponibili a Msf le convenzioni stipulate tra i singoli enti gestori e le locali Prefetture”.
Un altro problema, poi, è la mancanza di controlli esterni e di indicatori di qualità. Gli enti gestori – sottolinea il Rapporto – forniscono un insieme estremamente eterogeneo di servizi, che spazia dalla manutenzione delle strutture all’assistenza sanitaria, psicologica e sociale, dalla fornitura di beni di prima necessità all’accoglienza e all’orientamento legale. Le Aziende sanitarie locali, inoltre, non hanno alcuno ruolo nella verifica dei livelli igienici, della vivibilità degli ambienti, delle condizioni sanitarie e dei protocolli e presidi sanitari adottati. Insomma, tira le somme Msf, “ogni ente gestore appronta come meglio crede il servizio sanitario, rispondendo esclusivamente alle osservazioni della Prefettura, che non dispone di competenze specifiche in ambiti cruciali come quello sanitario e psicologico”.
Sono molte e molto diverse tra loro le tipologie di persone che convivono nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) secondo l’indagine effettuata da Medici senza frontiere, vi si trovano persone con vissuti e status giuridici fortemente diversi tra loro: cittadini comunitari, richiedenti asilo, stranieri appena arrivati in Italia, vittime di tratta, persone tossicodipendenti o affette da patologie croniche, infettive o della sfera mentale, ma anche stranieri nati in Italia, stranieri con permesso di soggiorno scaduto (30% degli intervistati), stranieri e cittadini provenienti dal carcere (45% dei trattenuti secondo i dati riferiti dagli enti gestori o dalle Prefetture) e stranieri che hanno vissuto molti anni in Italia: in alcuni casi perfino con una famiglia e dei figli. In particolare il tempo di permanenza media in Italia dei trattenuti intervistati era di 7 anni e 4 mesi, con un 50% nel nostro paese da più di 5 anni e molti anche da più di 10 anni.
Inoltre – commenta Msf – “l’allungamento da 60 a 180 giorni del limite massimo di trattenimento nei Cie, entrato in vigore l’8 agosto del 2009, sembra determinare uno stravolgimento definitivo della funzione amministrativa”. Dunque, si tratta non più di una “misura straordinaria e temporanea di limitazione della libertà per attuare l’allontanamento”, ma di una “sanzione estranea alle garanzie e ai luoghi del sistema penale”. Secondo il Rapporto, poi, il sistema di detenzione amministrativa “appare fallimentare nel perseguire lo scopo di contenere l’immigrazione irregolare”.
Per saperne di più leggi il dossier "Viaggio nei Cie" pubblicato sull'agenzia Redattore sociale
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