Un autobus della linea S, la gente stretta come sardine, due passeggeri che si contendono un posto a sedere. Una scena di banale quotidianità, se a osservarla non ci fosse Raymond Queneau, uno scrittore francese che decide di farne un libro: “Esercizi di stile”. Novantanove variazioni sul tema. Gli ingredienti, sempre gli stessi così come le righe di ogni storiella, circa 15 (poche le eccezioni). Queneau gioca con metafore, versi liberi, generi letterari. Novantanove esercizi di stile in cui a far da prima attrice è sempre e solo la scrittura.
Chissà perché nella sala d’aspetto del mio dottore, una mattina ha fatto capolino Queneau. “Al mattino prendo sempre lo stesso autobus, la linea 77 che da Chiaravalle porta in centro città” spiegava la segretaria del mio medico a un’altra paziente. A quell’ora (mi pare di ricordare fossero le 7.45), i passeggeri si contano sulle dita di due mani: una signora, il conducente e lei. Peccato che gli altri siano “zingari che occupano tutti i posti a sedere e parlano a voce alta”.
La prima domanda che mi salta in mente, mi pare solo frutto della logica. E nemmeno troppo illuminata. “Se in un autobus con tre persone a bordo, salgono altri sette passeggeri. Perché mai questi ultimi dovrebbero restare in piedi?”. Il ragionamento non fa una grinza, e lo comunico con gentilezza. Come Queneau, mi cimento in un personale esercizio di stile. In quanti modi avrei potuto rispondere all’intolleranza della cara signora? Comprese le male parole, suppongo novantanove. Ma il risultato sarebbe stato poco felice. Meglio provare con la logica. E tanto stile.
TESTO di Elena Parasiliti, direttore di Terre di mezzo - street magazine










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