In tempi di estrazioni milionarie che stravolgono la vita di un solo uomo, la fortuna questa volta su 80 ne ha baciati cinque, tra loro una donna e due minori. Ma noi non crediamo alla fortuna e a lei non affidiamo il diritto alla vita. Un compito che lasciamo a chi ci governa e agli uomini di buona volontà.
Non è possibile infatti restare invisibili, se il mare è in buona e attraversato da motovedette, pescherecci e turisti in yacht e barca a vela. Qualcuno deve essersi accorto di quella gente alla deriva. O forse no, perché la paura talvolta acceca. Paura di sporcarsi le mani, di farsi coinvolgere. Paura del “clandestino” che arriverà così, sbarcando via mare sulle nostre spiagge assolate e gremite di villeggianti. Solo ipotesi, ma qualcosa sarà pure passato nella testa di chi ha incrociato quell'imbarcazione di derelitti, in mare dal 29 luglio scorso. Se i pensieri degli ignavi soccorritori sono ormai affondati (insieme alle vittime della loro omissione), pesa sulla nostra coscienza collettiva il dolore di chi dall'altra parte del mare, già il 14 agosto, chiedeva notizie della figlia, del marito, dell'amico partito un giorno d'estate magari di due anni fa per raggiungere l'Italia come leggiamo nei nostri blog e sul sito degli amici di Fortress europe. E qui, nel nostro Paese chiedere “protezione”.
Lo ripetiamo, con forza, “protezione, rifugio, asilo”: non un lavoro, ma salva la pelle. Perché quegli 80 eritrei, etiopi e nigeriani di cui non ci è dato sapere l'identità o la storia, fuggivano in cerca di vita e non di un posto al sole.
Elena Parasiliti
Direttore di Terre di mezzo-street magazine
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IL LIBRO
"Cara mamma, sono arrivata in Libia. Siamo stati rinchiusi nel carcere di Cufra, un posto schifoso e puzzolente. Siamo quasi cento, compressi come sardine in una piccola cella..."
Così la giovane etiope Simret scrive in “Dall'Etiopia a Roma – Lettere alla madre di una migrante in fuga”, appena uscito per Terre di mezzo Editore. Un libro – diario che ripercorre il doloroso viaggio verso l'Italia. Quando scappa con la madre per la prima volta dall'Etiopia, Simret è poco più che una bambina. Destinazione: Sudan. Nel 2005 un nuovo viaggio porta le due donne in Libia, dove la madre muore nel deserto. Simret, costretta a proseguire, inizia a scriverle una serie di lettere commoventi che, scrive Michele Colloca, curatore del libro con Mussie Zerai Yosief, “denunciano l’ipocrisia dilagante che tenta ogni giorno di seppellire il dramma vissuto da ogni migrante che lascia la propria terra di origine”.
Lettere che aiutano a capire, oltre la nuda esposizione di fatti. Perché prima di diventare cronaca quella di ogni migrante è una storia di persone. Come scrive nella prefazione il presidente del Consiglio italiano per i Rifugiati, Christopher Hein, “Questo libro ci ricorda che le migrazioni hanno un volto umano, che dietro c'è la vita di individui. Ognuno di loro ha la propria storia, e nessuna storia viene registrata dalle statistiche”.










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