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Innse: non siete soli!
Milano. Prosegue la protesta degli operai che hanno occupato la fabbrica per difendere il loro posto di lavoro. Terre di Mezzo sostiene la loro lotta.

I macchinari ci sono, e funzionano. Quindi non è questione di impianti inadeguati. Gli operai ci sono pure. Sono quarantanove, maneggiano gli ingranaggi come fossero cose di casa. Quindi non è questione di mancanza di personale specializzato. E infine, che a dirlo sembra quasi assurdo, c'è pure il lavoro. Commesse arretrate, un settore che ancora gira bene. Quindi non è neanche questione di crisi economica.

Allora perché la Innse Presse di via Rubattino, a Milano, resta chiusa?
Ma soprattutto, perché nessuno dà retta ai lavoratori che da più di un anno hanno occupato la fabbrica per difendere il proprio posto di lavoro?

Per capire la storia di questa azienda, fiore all'occhiello di Milano, quartiere Lambrate, fondata 70 anni fa dall'imprenditore Ferdinando Innocenti in persona, bisogna risalire a  quando il commissario straordinario della fabbrica decise di cederla per circa 700 mila euro a un imprenditore il cui nome è Silvano Genta. Fiorirono speranze sul futuro della fabbrica, ma nel maggio del 2008 arrivò la doccia fredda per gli operari: un telegramma annunciava l'avvio della procedura di mobilità. Genta, praticamente, aveva venduto i macchinari a due società, della province di Vicenza e Milano. Ed è lì che sono cominciati i problemi.

Gli operai della Innse infatti, dopo l'avviso della cassa integrazione, si sono messi in autogestione. La loro lotta per difendere il posto di lavoro, verso cui Terre di Mezzo esprime solidarietà, è partita 14 mesi fa da una questione di principio: la fabbrica non è in crisi, il lavoro c'è, ma la sua sfortuna è di trovarsi in un'area ambita, dove gravitano molteplici interessi. Quelli dell'immobiliare Aedes che è proprietaria del terreno, quelli di Genta stesso, proprietario della ditta e desideroso di smantellarla (ha già venduto le macchine, appunto, e vorrebbe consegnarle), quelle del Comune che vuole riqualificare la zona facendoci un'area residenziale, centri servizi e un distaccamento della Facoltà di Farmacia. Tutto molto bello, ma sulla pelle di cinquanta famiglie che resterebbero senza un lavoro. Quando il lavoro, si diceva, non è quello che manca.

Dopo tutti questi mesi di occupazione, in cui gli operai (con le mogli al seguito) hanno letteralmente dormito, pranzato, passato intere giornate dentro all'azienda facendo da custodi alle macchine, la tensione è salita alle stelle proprio in questi giorni. Il Prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, ha infatti dato il via ad un'ordinanza con cui ha consentito agli addetti della società che li hanno acquistati di entrare nella fabbrica per procedere allo smontaggio degli impianti.
Insieme ai tecnici, però, sono arrivate anche le forze dell'ordine, più o meno con otto camionette tra  Carabinieri e Polizia, per permettere ai tecnici di entrare nel sito.

Inevitabile che scoppiassero i tafferugli, che si creasse tensione, che si agitassero le acque. Gli operai non se ne sono andati, i sindacalisti della Fiom e Cgil hanno indetto uno sciopero (che si è svolto il 4 agosto) a sostegno dei lavoratori, e alla fine cinque lavoratori si sono issati su un carro ponte e praticamente lì sono, da due giorni. La solidarietà è arrivata da tantissimi cittadini, amici, operai, studenti, ragazzi dei centri sociali e anche dal Cardinale Tettamanzi. Noi di Terre sosteniamo la loro lotta e siamo d'accordo con quello che ha detto Manuel Ferreira, registra teatrale ed autore dello spettacolo “Fabricas” che racconta la storia delle fabbriche argentine dismesse e poi recuperate gli stessi operai con fatica e sudore.

“Finalmente dopo tanti anni in cui ogni cosa sembrava spersonalizzata e anestetizzata, questi lavoratori hanno dimostrato che mettendosi in gioco per primi, con il loro corpo, si può fare la differenza. Non posso paragonare lo scenario della Innse a quello che è accaduto in Argentina, dove era evidente la depravazione politica che stava dietro ad ogni storia, ma posso dire che la reazione è stata la stessa. È stato come riappropriarsi di sé stessi e di quella grande tradizione del movimento cooperativo operaio che nacque proprio in Italia e che sembrava essersi perduta”.

Silvano Genta, l'imprenditore che ha acquisito tre anni fa l'Innse, la vede invece da tutt'altro punto di vista: "In questa storia sono quello che ci ha rimesso più di tutti" dice. La sua versione dei fatti l'ha raccontata in una conferenza stampa all'hotel Cavalieri Hilton di Milano mercoledì 5 agosto. Genta ha quantificato così la perdita: da febbraio a oggi (da quando avrebbe dovuto lasciare l'area di via Rubattino alla Aedes, la società proprietaria) circa 6 milioni di euro. E propone una via d'uscita per i suoi lavoratori: incentivo economico per 25 dipendenti alle soglie della pensione e ricollocazione di altri 13 in aziende metalmeccaniche "amiche" del milanese o del bresciano. E per gli altri 11? Ci pensi la Provincia di Milano, che aveva promesso aiuti ma "poi si è tirata indietro".

L'imprenditore, quindi, ha difeso il suo operato di questi anni. Stando a quanto dice, all'inizio di questa storia lui aveva proposto di dimezzare l'area occupata dall'Innse e di tenere i 50 dipendenti. Per i 25 di loro che avevano mansioni impiegatizie, era stata concordata la riqualificazione professionale per acquisire competenze tecniche, ma poi "il progetto non è andato in porto perché la Provincia (che si era offerta per ricollocare chi non avesse voluto diventare un 'tecnico') si è tirata indietro -spiega-. Inoltre le Rsu si sono sempre opposte a ogni nostra proposta". Ora non può bloccare lo smatellamento dei macchinari perché c'è un provvedimento della magistratura che lo impone e non può farci nulla.

Testo: Terre di Mezzo

Foto: Silvia Tagliabue

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