Come viene raccontato l' "altro" dai media? Quali sono i pericoli, quando si parla di immigrazione? Se ne discute il 13 aprile al Festival internazionale di giornalismo di Perugia (Teatro Pavone, ore 16, incontro "Alter Ego"). Fra gli ospiti Elena Parasiliti, direttore di Terre di mezzo, Alessandro De Filippo e Alioune Badara Gueye i realizzatori di "goor", un documentario girato da studenti catanesi e migranti, che verrà proiettato in occasione dell'incontro (foto sotto).
Un progetto nato proprio da Alessandro e Badou, che si sono conosciuti 13 anni fa sui campi da basket di Catania. È lì che hanno iniziato a sognare di realizzare un film sull'immigrazione, senza semplificazioni, con rigore. Dopo tanto arrovellarsi, i due decidono di farlo girare ai diretti interessati. Un'iniziativa possibile grazie alle loro professioni: Alessandro è docente di Cinema all'università di Catania, mentre Badou fa il mediatore culturale alla Casa dei popoli del Comune.
Così, tra giugno e luglio del 2009, il laboratorio di audiovideo dell'università (la.mu.s.a), apre le aule a una ventina di giovani stranieri, che accanto agli studenti italiani imparano ad analizzare il linguaggio visivo. Coronamento del corso, la realizzazione di "goor", "uomo" in lingua wolof (Senegal). "Se fingo di essere un turista, tutti sono più disponibili" ammette Boniface, keniota, in una delle interviste. Badou invece spiega come il dialetto sia l'arma migliore per dissuadere i borseggiatori, che lo scambiano per forestiero. E poi ci sono il lavoro, i progetti, la possibilità del ritorno a casa.
Storie vere, introdotte però da una sequenza di fiction: il viaggio in mare e l'arrivo in Sicilia su un barcone. "Lo stereotipo più usato dai media -dice Aleksander, albanese-. Anche se in realtà solo il 5 per cento dei migranti arriva così". E infatti, loro hanno usato l'aereo e sono tutt'altro che disperati. Mansour, senegalese, sa cinque lingue e lavora alla reception di un hotel. Safaa, che è venuta dal Marocco per studiare biologia, parla della sua religione con le coinquiline e qualche volta le accompagna in chiesa. Trang, vietnamita, è laureata in lingua giapponese e aspetta che la figlia vada all'asilo per cercare un lavoro. Vite che non fanno notizia. Ma proprio qui sta l'originalità di "goor": mostrare persone normali. Un'altra faccia dell'immigrazione, forse un tassello fra i tanti. Ma vale la pena di tenerlo d'occhio, alla faccia di chi si ostina a mettere in prima pagina solo la delinquenza e la disperazione. Per informazioni sulla distribuzione, potete scrivere una mail a lamusaunict@gmail.com.










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