"Nessuno può proteggere e raccontare il
mare meglio di un pescatore". Parola
di Paolo Fanciulli. Seduto sul Sirena,
un piccolo peschereccio bianco e azzurro, pulisce
lecce e palamite, due specie che difficilmente
si trovano tra i banchi del supermercato.
È quasi mezzogiorno e la barca sta facendo
ritorno a Talamone, porto di origine romana
nel comune di Orbetello, cuore dell'Argentario.
Mentre eviscera e sfiletta, Paolo ricorda
al gruppetto di turisti ospiti sul Sirena le sue
battaglie a difesa dell'ambiente e contro le reti
a strascico dei grandi pescherecci: "È come se
passassero un aratro sul fondale, distruggono
tutto -spiega-. Per impedirglielo abbiamo buttato
dei blocchi di cemento, se ci provano di
nuovo le reti si rompono".
Paolo è uno dei pionieri (ha iniziato nel
1992) della pescaturismo, attività che permette
ai pescatori di salvarsi dall'estinzione e, allo
stesso tempo, di far conoscere il mare a chi è
abituato a stare solo in spiaggia.
La giornata inizia alle sette del mattino, con
colazione a bordo: torte, brioche e un thermos
di caffè. Paolo ripercorre la sua storia, mostra
l'attrezzatura e infine indossa una cerata arancio,
la sua divisa. Lo aspettano quattro tappe,
una per ogni rete da recuperare, e man mano
che passa al setaccio le maglie con le mani, i
secchi si riempiono di sogliole e seppie. Una
volta approdati a Talamone, accompagna i turisti
in fuoristrada nel Parco della Maremma.
C'è tempo per una passeggiata e poi ci si ritrova
per pranzo: antipasto di palamita cruda
seguito da pasta al ragù di leccia e tantissimo
pesce alla griglia (la giornata costa 90 euro a
testa). Mentre cucina, Paolo ne approfitta per
spiegare ai commensali quali sono le attrezzature
giuste per non intaccare l'habitat naturale:
il tramaglio, rete che non tocca il fondo, e
il palangaro, un lungo filo con tanti ami. "Voglio
che tutti vedano come si lavora in mare
nel rispetto dell'ambiente -aggiunge-. Dobbiamo
essere più consapevoli di come arrivano i
pesci sulla nostra tavola". Con un occhio di riguardo
nei confronti della biodiversità. "Non
esiste pesce ricco o povero, ma soltanto fresco
e locale, da conoscere e valorizzare; sapori che
cambiano con il passare delle stagioni, ma anche
di giorno in giorno, a seconda di che cosa
finisce nelle reti", sottolinea.
Fare pescaturismo vuol dire anche dare
sostenibilità economica alla piccola pesca. Le
buone reti e la conoscenza dei fondali, infatti,
non bastano più: bisogna diversificare. E così
si accompagnano i turisti al largo, come fa
Paolo, oppure si trovano nuovi mercati. È il
caso del "Gruppo paritetico" formato da piccoli
pescatori dell'Argentario. "I Gas di Milano,
e poi di Monza e Roma, hanno cominciato
a comprare il nostro pesce nel 2009 -ricorda il
capitano della Sirena-. Grazie al loro sostegno,
alcuni di noi sono riusciti ad aprire un banco
nel porto di Santo Stefano".
Forse sarebbe stato più facile cambiare mestiere.
Ma chi è cresciuto in mare non vuole
lasciarlo. Anche se spesso sembra di navigare
controcorrente. "Quando ho cominciato
c'erano vincoli assurdi: non erano ammessi i
bambini, né si poteva uscire di notte -ricorda
Paolo-. C'è voluto tempo per convincere il
ministero delle Politiche agricole che nessuno
meglio di noi può portare in mare i turisti".
Oggi sono tredici in Italia gli aderenti a Pescatour,
associazione che ha dato vita al marchio
"Pescaturismo" che garantisce sia la qualità
che la serietà dei servizi offerti ai turisti nel
rispetto del mare. Gli scogli da superare sono
ancora molti: il principale è quello che obbliga
i pescatori a dichiarare che almeno il 51 per
cento del loro reddito deriva dalle reti. Altrimenti
non vengono considerati professionisti
e perdono le agevolazioni. "Quando si esce con
i turisti però si prende di meno -spiega Giampaolo
Buonfiglio, presidente dell'Associazione
generale cooperative italiane-. Ma questo dovrebbe
essere considerato un valore aggiunto, perchè permette di salvare il mare.
Testo: Mara Pace










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