I bambini di Parma sono fortunati: oltre a vivere in una città con un bellissimo Duomo e dove tutti vanno in bicicletta, sono abituati a mangiare bene. Merito di una tradizione culinaria famosa in tutto il mondo che si riflette anche nelle scuole, dove il 90 per cento dei cibi serviti agli alunni è biologico. Un'isola felice che si estende a tutta l'Emilia Romagna, dove i pranzi "organici" vengono serviti in comuni grandi e piccoli.
La legge regionale 29 del 2002, infatti, stabilisce regole ferree per la ristorazione collettiva: sulle tavole delle scuole devono arrivare solo prodotti bio, in tutte le categorie mercelogiche reperibili sul mercato. "Oggi nel 90 per cento delle mense comunali emiliane ci sono prodotti di questo tipo" dice Daniele Ara, reponsabile dello Sportello mense bio.
A San Lazzaro di Savena, 30mila abitanti alle porte di Bologna, hanno fatto anche di più: "Stiamo introducendo i prodotti a km zero -spiega Ilia Maino, dirigente del settore scuole-. Siamo tra i pochi Comuni che ancora gestiscono direttamente le forniture: non è facile perché per contratti sopra i 20mila euro le amministrazioni pubbliche sono obbligate a fare le gare d'appalto. E per ridurre il costo della carne (la voce più costosa del menu), ci riforniamo anno per anno da un gruppo di produttori dell'Appennino bolognese". Un esempio seguito anche dalle scuole del Comune e della Provincia di Piacenza, che per i loro 5mila pasti giornalieri si servono al consorzio "Bio piace", 70 aziende locali che producono cereali, carne, latticini, frutta, verdura.
Eppure l'utilizzo di cibi biologici nelle mense scolastiche è stato previsto su scala nazionale sin dalla legge finanziaria del 1999. Da allora, nove Regioni hanno legiferato in materia (oltre all'Emilia Romagna, anche Friuli, Umbria, Basilicata, Toscana, Marche, Veneto, Trentino e Lazio), portando i pasti "bio" consumati nelle scuole italiane dai 24mila del 1996 ai 924mila del 2007. "Ormai solo il 24 per cento dei prodotti serviti a scuola viene dall'agricoltura convenzionale e la percentuale è in diminuzione -dice Roberto Spigarolo, ricercatore alla facoltà di Agraria dell'università Statale di Milano-. Circa il 40 per cento dei prodotti delle mense è certificato come biologico, il 18 arriva da coltivazioni a lotta integrata, il 14 è Dop o Igp, il 4 dal commercio equo".
A chi pensa che queste pratiche siano realizzabili solo nei piccoli centri, risponde l'esperienza di Roma con i suoi 160mila pasti al giorno. "Dal 2001 abbiamo introdotto prodotti bio ma anche tipici, di filiera corta ed equosolidali -racconta Maria Coscia, assessore alle Politiche educative e scolastiche della capitale dal 2000 al 2008-. Il prezzo per le famiglie è rimasto lo stesso: circa 5 euro. Certo, con una richiesta così alta i costi calano".
E i cibi biologici erano previsti anche dal capitolato di Milano Ristorazione, la società -al 99 per cento del Comune- che gestisce le mense scolastiche del capoluogo lombardo. Peccato che non siano mai finiti nei piatti dei bambini. "Lo abbiamo scoperto solo oggi, dopo dieci anni di richieste, insieme a molte altre irregolarità: come l'acquisto di carne e verdure congelate, preferite a prodotti freschi e locali" spiega Anna Santoiemma, membro della Commissione mensa del Comune, che insieme a 130 genitori ha firmato una diffida contro Milano Ristorazione. Secondo Palazzo Marino, il biologico è troppo caro. Ma è davvero così? "Un pasto con il 50 per cento di ingredienti bio costa circa 40 centesimi più di uno convenzionale", spiega Roberto Spigarolo. Un sovrapprezzo che sparirebbe diminuendo la carne e aumentando i piatti unici, ricorrendo al self service e coinvolgendo i bambini nella gestione della mensa. Come fanno a Helsinki: nella capitale finlandese, gli scolari non solo si servono da soli, ma sparecchiano, differenziano i rifiuti e in certi casi lavano persino le stoviglie.
Testo di Sandra Cangemi










OKNOtizie
Segnalo
Diggita
Delicious
Facebook