Il segreto sta nel taglio, la stoffa stesa sul tavolo da lavoro e la mano ferma. Con la sua forbice Carlo Galli disegna pezzi (quasi) unici e sceglie con passione e precisione quali centimetri le sue donne (e i suoi uomini) indosseranno. In spiaggia, o sotto i vestiti. Perché "Individuals", il marchio che ha fondato a Londra nel 2005, ha un'ambizione: raccontare il mondo e la contemporaneità in un triangolo di lycra. Quello di un bikini, o in rettangolo di cotone, la base per un paio di boxer. Poche migliaia di capi all'anno, che Carlo vede nascere nel suo studio in via Crespi a Milano (il trasferimento è imminente), tra due macchine da cucire e un manichino che usa da modello per studiare pieghe ed effetti. Alle cuciture pensa un laboratorio sartoriale.
"Tengo per me la parte migliore -scherza-: il taglio a mano è la garanzia che il prodotto sia esattamente come lo desidero, con quella stampa, e con quei contorni precisi". Un lavoro certosino che Carlo ha imparato in una scuola professionale (la stessa dove ora insegna, ndr) e ha affinato "a bottega". Ma la sua non è una storia di scantinati e cortili di ringhiera, ha a che fare piuttosto con l'alta moda e i brand del lusso. "Nel 2001, a 23 anni, sono approdato alla Mantero di Como, un'azienda familiare divenuta l'eccellenza del tessile in Italia -racconta-: lavoravamo per Chanel, Ferré, Vivienne Westwood. Sono partito da cravatte e foulard, poi un giorno ci hanno chiesto di studiare il beachwear e lì ho scoperto per cosa ero fatto".
Attaccato alla gonna di due "consulenti" del gruppo Ferré, "non li mollavo un secondo", Carlo carpisce pregi e logiche delle grandi firme. Ma anche le dinamiche della produzione di massa: se per un costume si utilizzano 30 centimetri di stoffa, da 9mila metri di tessuto si ricavano 27mila capi identici. E nei negozi arrivano due pezzi e interi: a tinta unita, floreali o geometrici.
"Una frustrazione" ride Carlo, mentre estrae dai cassetti le sue creazioni racchiuse in un ovetto di plastica, quasi fossero una sorpresa. Non fai a tempo a innamorarti di una fantasia che ne ha un'altra tra le mani: cinquanta varianti che ubriacano gli occhi. "Per i magazzini del tessile, sono una formichina -spiega-: compro gli "avanzi", quei dieci metri che nessuno prenderebbe. Ne ricavo serie limitate, ogni pezzo ha un numero progressivo". E un costo che va, in negozio, dagli 80 ai 100 euro. Quando nel 2005 si licenzia, solo di una cosa è sicuro. "Che avrei fatto più carriera lì -conferma-, ma il desiderio di non fermarmi era troppo forte: avevo davanti un mondo senza confini". Come le città dei turisti che passavano dalla sua bancarella londinese a Portobello e Brick Lane: Los Angeles, Sydney, San Paolo, Tokyo, Stoccolma. Ogni persona, un rapporto diverso con il proprio corpo: a volte esibito, a volte nascosto. "Mi mettevo in fila alla cinque del mattino, anche in pieno inverno, pur di ottenere un posto nei mercatini e non perdere questi incontri -racconta lo stilista-: così ho capito che esiste un approccio culturale all'abbigliamento".
Una scoperta non casuale. Carlo chiede aiuto a uno dei suoi otto coinquilini, esperto di statistiche, e fa un sondaggio tra gli acquirenti: quanti costumi hai nell'armadio? Quanto sei disposto a spendere? E via di seguito, tanto che la passione per lo stile degli altri non gli è più passata e nel 2009 ha coinvolto 500 persone comuni in "Zoom on trends", un libro fotografico in cui dimostra che la strada supera la moda, ed è fonte d'ispirazione. "Peccato che le collezioni arrivino in passerella due anni dopo". Alla faccia dei cool hunter, i cacciatori di tendenze. "La contemporaneità è la forza della moda critica: quello che oggi mi colpisce, oggi stesso diventa un capo -dice-. E il processo può essere condiviso con chi domani ti indosserà". L'esperimento inizia a "Fa' la cosa giusta!", dove verranno distribuiti questionari sul critical fashion.
Il risultato? Una guida agli acquisti fatta dai consumatori, che possa illuminare i designer indipendenti e ridisegnare le regole di pubblicità, distribuzione e vendita, per arrivare a redigere il primo manifesto della moda critica.
Testo di Elena Parasiliti










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