Alternative possibili
Metti il critico nel guardaroba
Tute da lavoro, abiti da sera e borse casual: ecco l'Italia dell'altra moda.

Basta vestiti informi come sacchi di juta, o abiti comprati solo per fare una buona azione e poi relegati nell'armadio. La moda critica è altro: stilisti indipendenti e giovani creativi, saperi artigianali e design all'avanguardia, materiali biologici e di riciclo e sensibilità verso i lavoratori e l'ambiente. 

"Vestire è un bisogno primario dell'uomo, come mangiare", spiega Chiara Righi, responsabile del progetto Critical Fashion. "Per questo la sezione speciale di Fa' la cosa giusta!2010, a Milano dal 12 al 14 marzo, è dedicata proprio alla moda critica: se siamo attenti a quello di cui ci nutriamo, lo stesso deve valere per i vestiti. Anche perché l'industria della moda, avendo un ciclo molto breve, ha un impatto forte sull'ambiente". Ma soprattutto, "i vestiti devono essere belli. E la qualità giustifica i prezzi: se il consumatore sa come è confezionato un vestito, è anche disposto a spendere di più". 

Se in Europa all'"altra moda" sono dedicati eventi importanti come l'Ethical Fashion show francese o Bread and Butter in Germania, in Italia la moda critica passa ancora sotto silenzio. "Il consumatore la chiede, le aziende sono pronte, ma forse manca l'attenzione della grande distribuzione" dice Chiara, precisando: "L'obiettivo non è mettersi in competizione con l'alta moda, ma creare un'alternativa concreta, che non deve per forza essere confinata in negozi ad hoc, ma trovare spazio anche nelle boutique, accanto ai capi tradizionali. Critico è sinonimo di consapevole: conoscere le cose per poi scegliere. Si può essere critici anche usando materiali non organici, ma rispettando i lavoratori".

Come Flower Gloves, azienda veronese che produce vestiti da lavoro per gli uomini della Protezione civile e gli operai di Fs, Atm, Eni e Enel. "La sostenibilità deve essere applicata anche alle divise indossate da operai e spazzini" sottolinea Matteo Bonafini, con il fratello Enrico alla guida dell'azienda fondata dal padre 50 anni fa, che nel 2009 ha fatturato 18 milioni di euro. "La qualità dei vestiti da lavoro è fondamentale: si indossano per tutto il giorno, non solo alla sera o nei weekend". Sul fronte ambiente, Flower Gloves ha avviato la produzione di indumenti intimi fatti con scarti di bottiglie: "Dalla plastica si ricava un tessuto con cui si fila maglieria riciclata e riciclabile", spiega Bonafini. Fondamentale è la qualità dei materiali: "L'azienda attenta capisce che per i propri dipendenti è meglio comprare un prodotto che dura tre anni piuttosto che uno", e aggiunge: "Questo implica anche un minor impatto ambientale". 

Flower Gloves ha poi ricevuto la certificazione SA8000 che attesta il rispetto di standard internazionali per la responsabilità sociale d'impresa. Produce in laboratori italiani, "ma anche nell'Est europeo e in India, dove paghiamo gli studi ai ragazzi e lasciamo loro delle ore libere per frequentare la scuola".

A febbraio ha poi fatto il suo debutto "Sigillo", la prima agenzia nazionale promossa dal ministero della Giustizia a sostegno dell'imprenditorialità femminile delle detenute. Un vero e proprio marchio registrato nel settore tessile, che garantirà eticità e standard di qualità alle produzioni delle cooperative carcerarie. Con un doppio obiettivo, spiega Caterina Micolano, direttore della cooperativa Ghelos che a Vercelli ha creato il marchio "Codice a sbarre", tra gli espositori presenti a Fa' la cosa giusta!. "Far comprare i nostri prodotti per la loro qualità e non per carità. E aiutare le detenute a sviluppare competenze manageriali". 

I laboratori carcerari già certificati Sigillo sono diversi: Codice a sbarre, Gatti Galeotti della cooperativa Alice (San Vittore e Bollate), le borse Made in carcere (Lecce), i gioielli di Papili Factory (Torino), per un totale di trenta detenute. "L'obiettivo è includere altri 15 laboratori nel giro di tre anni" continua Micolano, che dirigerà lo staff dei consulenti. "Tutte le lavoratrici dovranno essere assunte con contratto regolare, e l'ammissione a Sigillo sarà subordinata a precisi standard di qualità". L'agenzia valuterà sia le attività esistenti, sia le idee per nuovi laboratori che, una volta selezionati, verranno guidati in un percorso di sviluppo di competenze. Tra i consulenti anche gli stilisti selezionati da Vogue Italia, la cui direttrice Franca Sozzani è partner del progetto insieme alla Fondazione dell'artista Michelangelo Pistoletto, mentre responsabile delle consulenze di marketing sarà William Salice, 76 anni, ex manager della Ferrero e inventore dell'ovetto Kinder. 

Critical Fashion è anche recupero della manualità. Un'intuizione che ha portato Barbara Zucchi a fondare nell'aprile 2009 "L-Hub", sul Naviglio milanese: un negozio laboratorio dedicato all'arte del tessile, dove comprare vestiti e altri prodotti, ma anche seguire corsi sulla lavorazione a maglia o acquistare kit per confezionare gli abiti. "Uno spazio dove riprendere contatto con i materiali" spiega Barbara, seduta a uno dei tavoli da lavoro, circondata da stoffe. Ma anche una vetrina per giovani creativi come Eloise Morandi, che qui ha esposto per la prima volta i suoi libri-fazzoletto, con protagonista la "pupetta" Nina. 

L-Hub è uno spazio aperto alla mamma in carriera come alle adolescenti e alla nonna ottantenne, docente di "Imparare la maglia". Dietro alla vetrina di L-Hub c'è un mondo di colori e fili, musica e chiacchiere, tra i pasticcini di stoffa di Cristiana Rossi (Tessuti e vissuti), e i giocattoli in legno riciclato di Mook.

Qualche consiglio per vestire critico? "Imparare a leggere l'etichetta e conoscere i tessuti" dice Chiara Righi. Come nella mostra "Giusta trama", presentata in anteprima a Fa' la cosa giusta!: un percorso interattivo, dove si possono toccare i materiali e imparare a decifrare le etichette. "Altro consiglio: preferire capi che non durano solo una stagione, ma che si possono reinventare con delle applicazioni". Ma il prerequisito resta sempre lo stesso: sapere la storia di un abito e come lavora l'azienda che lo produce. Insomma, conclude Chiara, "saper riconoscere ciò che si compra". 

TESTO DI MICHELA GELATI

 

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