Lo confesso: ho un problema con i libri. Se passo davanti a una libreria non posso fare a meno di entrare, e solo a fatica riesco a non comprare l’ennesimo volume destinato a una delle torri pericolanti che dal mio comodino svettano verso il soffitto. Il giovedì, al mercato rionale sotto l’ufficio, mi lascio sempre tentare da qualche acquisto alla bancarella dei libri usati. Di recente sono stato all’estero per motivi di lavoro e il poco tempo libero l’ho trascorso visitando cinque librerie in due giorni. Insomma, se questa "patologia" ha un nome, io ce l’ho di sicuro. Forse gli americani mi darebbero del book-a-holic, o qualcosa del genere.
Ecco perché quando un amico editore (tanto per rimanere in tema) sentendo che me ne andavo a Parigi mi ha detto: "Ma allora devi dormire alla Shakespeare & company", non ci potevo credere. Fino a qualche mese fa non conoscevo questa libreria leggendaria di rue de la Bûcherie, lungo la Rive Gauche, a 200 metri da Notre Dame. Specializzata in libri inglesi e americani in lingua originale, nuovi e usati, ha una particolarità che la rende -forse- unica al mondo: ospita gratuitamente per la notte gli scrittori squattrinati.
Aperta nel 1951 da George Whitman, originario di Salem nel Massachussetts, oggi 97enne, la libreria prende il nome da un altro punto vendita mitico, gestito da Sylvia Beach tra il 1918 e il 1941 e luogo d’incontro per scrittori del calibro di Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald o James Joyce.
Metto piede per la prima volta alla Shakespeare & Co. in una fredda giornata di febbraio e mi sento come un bambino in un negozio di giocattoli: i libri ovunque, impilati disordinamente per terra e sulle scale di legno che portano di sopra, le teche di vetro con le edizioni più datate, gli scaffali che ricoprono ogni centimetro quadrato disponibile.
L’Hotel Tumbleweed, come lo chiama Whitman, è al secondo piano dove, in mezzo a librerie stipate di volumi in consultazione, ci sono sei posti letto. Al momento le stanze sono "sold out", tutto esaurito, e la lista d’attesa è lunga, ma chi ce l’ha fatta ne conserva un ricordo unico.
Adelaide Cioni è tra le migliori traduttrici in Italia (ha lavorato, tra gli altri, sui libri di David Foster Wallace, Rick Moody, A.M. Homes, Richard Ford), ed è stata alla Shakespeare & Co. un paio di anni fa: "Era marzo -ricorda- e avevo bisogno di un posto dove dormire. Ho pensato: magari ospitano anche traduttori, ed esattamente questo ho detto a Sylvia, la figlia di George Whitman, oggi proprietaria del negozio. Lei fu gentilissima: una stanza libera in effetti c’era. E che stanza: un lettino singolo e un tavolino sotto una finestra che guarda Notre Dame, enormi specchi antichi e le pareti coperte di una stoffa a strisce. Dormivo sotto file di volumi di Hemingway e Joyce e Whitman. Un sogno. Sono rimasta lì due settimane".
In cambio dell’ospitalità bisogna lavorare due ore al giorno in libreria, e la vita non è certo quella di un hotel a quattro stelle: "C’è un unico microstanzino con un gabinetto, un lavandino dentro il negozio e basta -conferma Adelaide-. Quindi niente doccia, né spazi per sé o dove tenere le proprie cose. Però è un’esperienza straordinaria già solo per la possibilità di conoscere George, che si taglia i capelli con un accendino e la domenica mattina prepara pancake per gli ospiti. Uno che dice ‘io non credo in Dio, credo negli uomini’, e vive di conseguenza".
La Lonely Planet la definisce una trappola per turisti. "Le trappole per turisti sono i ristoranti con menu a otto euro che ti avvelenano, i musei delle cere. La Shakespeare & Company non dichiara di essere altro che una libreria, ospita persone gratuitamente, ha una storia meravigliosa e nobile, non vedo dove sia la trappola".
TESTO DI Davide Musso











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