Alternative possibili
Moda di scampoli e spille
Un atelier in cascina, tra le campagne pavesi, e quattro donne che amano giocare con tessuti e colori. Senza la pretesa della perfezione.

In principio fu un peluche, in cachemire, a forma di oca. Intorno a quello strano oggetto si ritrovano nel 2002 Michela Cittadino e Lavinia Vicenzi, madre e figlia. La commissione arriva da uno studio di design milanese. Niente di più lontano da queste due donne, pratiche e pavesi. Così ci provano: fanno i modelli, scelgono colori e imbottitura e capiscono che a loro sì piace giocare con ago e filo, ma per dar vita a oggetti belli e utili e non “per le persone che hanno i soldi e vogliono anche l’intimo di lana pregiata”, ironizza Lavinia, 27 anni e tre bambini.

Due anni dopo a Cascinino di Zinasco, a 17 km di strada e campagna da Pavia, nasce “Lavgon”. Un nome che in sé non significa nulla. Un accostamento casuale di lettere, ma che ben racconta lo spirito di questo laboratorio, di cui oggi fanno parte anche la figlia più piccola, Carlotta, e Sabia, tunisina, con il suo immancabile foulard. “Lavgon aveva un bel suono, e non ci costringeva a rinchiudere progetti e fantasia in un’etichetta”, dice Lavinia, mentre in piedi, china sul tavolo, Michela osserva assorta un vestito. Da un cesto pesca a caso un brandello di stoffa, poi un altro e un altro ancora. Li appoggia sull’abito e rimane in silenzio. Quello che ad occhi esterni è uno scarto di lavorazione, nel gioco dei tessuti prende vita. “Arancione e marrone, chi l’avrebbe detto che sarebbero stati bene insieme, eppure funziona”, commenta Michela, puntando uno spillo.

Di cesti come quello la stanza è piena. Perché qui, il riciclo è un’arte e uno scampolo può avere mille vite, diventando di volta in volta il collo di una giacca in lana cotta (rigorosamente altoatesina) o una borsa marsupio. Le giornate delle donne Lavgon non conoscono sosta: nella ex stalla, oggi il loro laboratorio, si lavora 12 ore al giorno. Ma il ritmo è tutt’altro che frenetico. C’è il tempo per pranzare sotto il glicine, scambiare quattro chiacchiere con il falegname che sta ristrutturando la Cascina gialla (una parte è adibita a Bed and breakfast), godersi la lettura in radio di “La luna e i falò” di Cesare Pavese. “I nostri prodotti sono senza tempo: non seguono le mode e hanno un’evoluzione lenta”, spiega Michela.

Abbiamo scelto di avere pochi modelli, si contano sulle dita di una mano. E ogni volta si parte da quelli per le nuove creazioni”, aggiunge Lavinia, appoggiando sul tavolo le gonne. “L’idea è la stessa, ma con piccole variazioni: la prima era tagliata dritta, la seconda a ruota, poi a palloncino, lunga e corta, e infine abbiamo sperimentato tessuti diversi, dal tweed alle stampe giapponesi”. Senza paura di sbagliare, perché questo è il segreto di Lavgon: “Il piacere che proviamo nel fare un pezzo unico, senza la pretesadella perfezione: curi le rifiniture, infatti, più i costi aumentano. Ma la nostra moda deve essere accessibile, oltre che indossabili e riproducibile da chi ha voglia di mettersi alla prova davanti a una macchina da cucire”. Allora, niente taglie: l’abito a tunica ha una forma standard che si adatta al corpo che lo indossa grazie a una spilla; e prezzi contenuti: il capo più costoso è un cappotto in lana cotta, doppiato con tweed, seta lavorata dalle donne del Laos e cucito a vista in patchwork; un morbido capolavoro da 320 euro.

“Moda critica? Abbiamo iniziato a farla senza neppure saperlo. Non siamo oltranziste”. Forse per questo, il marchio Lavgon si riconosce da una spilla. Fatta di scarti, appuntata ovunque, la forma imprecisa. Ma alla Cascina gialla sono abituati alle alchimie,come quando da bambine Lavinia e Carlotta intrecciavo i fili colorati sul telaio della mamma. 

Testo: Elena Parasiliti

Foto: Marilisa Cosello, Alessandro Stellari

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