"Che cosa faccio tutto il giorno? Aspetto". Joseph, 35 anni, non ne può più di stare inchiodato al residence
Ripamonti di Pieve Emanuele, un'enorme colata di cemento rossa a 15 chilometri dalla Madonnina.
È sbarcato a Lampedusa insieme ad alcuni connazionali ghanesi, oltre che a nigeriani, somali e ivoriani fuggiti
dalla Libia in fiamme. "A Tripoli lavoravo come piastrellista", racconta l'uomo, che non ha con sé il passaporto
e nemmeno uno straccio di documento che attesti la sua condizione di ospite in un albergo per ordine della Protezione
civile. La Questura non l'ha ancora convocato per iniziare la pratica per la domanda d'asilo e, se la polizia lo
fermasse ora, rischierebbe di finire in camera di sicurezza con l'accusa di essere un clandestino.
Joseph è uno dei 500 rifugiati arrivati a Milano tra maggio e giugno scorsi: un flusso che ha mandato in tilt il sistema
di accoglienza della città, le cui strutture soffrono di una cronica mancanza di posti. Di norma gli otto centri
di primo livello, che offrono corsi di italiano e assistenza legale, psicologica e sanitaria, hanno disponibilità per 400
persone, mentre le comunità di secondo e terzo livello, che forniscono anche corsi di formazione professionale e un
servizio di accompagnamento per la ricerca di alloggio, soltanto 235, tutti sempre occupati. Ma non è finita: il piano
d'emergenza della Protezione civile prevede che con gli sbarchi dalla Libia dei prossimi mesi si aggiungeranno, agli attuali 1.700, altri 7mila profughi nella sola Lombardia. Non si sa quanti verranno destinati a Milano, ma è chiaro che la
stragrande maggioranza sarà abbandonata a se stessa.
Parcheggi di lusso
A fine maggio, sono 440 gli africani ospitati nei 916 mini
appartamenti del residence Ripamonti. Didier, originario
della Costa d'Avorio, è tra i pochi a essere stato chiamato
in Questura per rilevare le impronte digitali. "Mi hanno
detto di tornarci a metà novembre", dice mostrando il foglio
di convocazione, scritto in italiano. Solo allora potrà
presentare la domanda d'asilo; poi aspetterà il verdetto
della Commissione territoriale di Milano, uno dei dieci
organi ministeriali incaricati di decidere se concedere o
meno la "protezione"."La norma europea prevede che l'attesa duri al massimo
35 giorni -spiega Gianfranco Schiavone, membro
dell'Asgi, Associazione studi giuridici sull'immigrazione-,
ma nella prassi passano dai tre ai sei mesi". I ritardi si
stanno però accumulando. "E la vera emergenza -avverte
Schiavone- deve ancora arrivare". Probabilmente a fine
anno, quando i richiedenti in attesa di conoscere il proprio
destino saranno aumentati a dismisura, parcheggiati
in alberghi, parrocchie e strutture segnalate da Anci (l'associazione
dei comuni italiani) e Federalberghi.
Vacanze forzate in alloggi magari confortevoli, come
la camera con tivù satellitare che Joseph divide con altri
due ragazzi, ma dove non si hanno gli strumenti per
imparare l'italiano né si riceve assistenza psicologica per
superare i traumi della guerra: "Certo, non mi lamento,
ma forse potevano trovare una sistemazione più modesta
e investire in altri sussidi". Senza contare che il loro esodo
potrebbe riprendere da un momento all'altro per far
fronte a nuovi sbarchi.
Per non sovraccare i grossi centri urbani Anci ha infatti
chiesto che i migranti vengano distribuiti tra i 1.546
comuni della Lombardia in base alla densità demografica.
Una richiesta ribadita con forza dal Governo che ha imposto
ai prefetti di segnalare altre strutture ricettive.
L'obiettivo è di evitare una nuova Lampedusa. Così i
440 ospiti del Ripamonti già ai primi di giugno non erano
più a Pieve Emanuele, ma sparsi in tutta la regione. A
sostituirli, però, sono sopraggiunti 320 uomini approdati
il giorno prima nell'isola siciliana. Un rapido turnover,
che fa gola a molti.
Il residence Ripamonti appartiene alla catena alberghiera
AtaHotel, proprietà del Gruppo Ligresti. La Protezione
civile versa nelle sue casse 50 euro al giorno per ogni
ospite: solo per gli ultimi 20 giorni di maggio, un totale di
440mila euro. Niente male per un'azienda che nel 2010
ha dichiarato un deficit di 1,6 milioni di euro. "Il rischio
speculazione è forte -afferma Gianfranco Schiavone-, più
lungo è il tempo di permanenza, maggiore è il profitto".
Et voilà, l'ospitalità diventa business. "La loro permanenza
non sanerà il bilancio, né siamo stati noi a cercarli
-si difende Giuseppe Milone, direttore del residence Ripamonti
e consigliere provinciale del Pdl-. Abbiamo dato
disponibilità per due settimane, ma poi nessuno li ha voluti".
D'altronde, questo non è il primo caso in Lombardia
di hotel che si improvvisa "ospizio". Il bando 2011 per
l'accoglienza dei profughi che atterrano all'aeroporto di
Malpensa l'ha vinto l'albergo Monte, a Marzio, comune
di 300 abitanti in provincia di Varese. Una pensione di
montagna, persa nei boschi a 800 metri d'altezza, che ha
battuto la concorrenza di una struttura della Caritas. Il
motivo? Ha proposto il prezzo più basso: del resto, il bando
della Prefettura non chiedeva altro.
Il metodo ambrosiano
Un paradosso tutto milanese. Mentre dal 2001 vige
ovunque lo Sprar (il sistema nazionale di protezione per
richiedenti asilo e rifugiati) che prevede sei mesi di accoglienza
con vitto, alloggio, corsi di italiano, assistenza
psicologica e legale, nel 2007 il capoluogo lombardo ha
siglato il cosiddetto "Accordo Morcone". Un progetto con
il quale il Viminale ha messo sul piatto 4 milioni di euro
per la ristrutturazione di otto centri polifunzionali, sette
dei quali gestiti dal consorzio diocesano Farsi prossimo, e
ogni anno versa 500mila euro per la loro gestione, sen-za che Palazzo Marino debba mettere mano alle proprie
finanze.
Il piano, valido fino al 2014, contempla per ogni profugo
una borsa lavoro e "una permanenza di dieci mesi nei
nostri centri -precisa Giovanni Carrara, presidente della
cooperativa capofila del progetto-: è un investimento importante,
ma insufficiente in tempi di crisi economica".
Tanto che, nel 2009, meno di un ospite su dieci al termine
del percorso è riuscito a integrarsi e soltanto uno su
cinque ha avuto accesso all'accoglienza di secondo e terzo
livello, in cui l'ospite ha a disposizione un appartamento
con un affitto simbolico e continua a essere seguito dagli
operatori sociali fino al raggiungimento della piena autonomia.
Gli altri sono finiti nei dormitori e sopravvivono grazie
alle mense dei poveri. Un dramma umano e uno spreco
di denaro pubblico, visto che durante questi dieci mesi lo
Stato ha speso circa 16.500 euro a persona.
Il richiamo della metropoli
Dal 2008 al 2010 più di 2mila persone hanno ricevuto
ospitalità nei centri di prima accoglienza meneghini, di
queste però solo il 18 per cento aveva presentato richiesta
d'asilo a Milano. Sia perché la città non è la prima porta
d'ingresso dei profughi nel nostro Paese, sia per le sottili
"tecniche di dissuasione" in uso presso la Questura di
via Fatebenefratelli: "Soltanto qui, oltre che a Brescia e
Bergamo, si deve inoltrare una dichiarazione di ospitalità,
in cui un amico, un parente o una struttura attesti che
l'immigrato risiede nel proprio domicilio -spiega Chiara
Marchetti, ricercatrice del dipartimento di Studi sociali e
politici dell'università Statale-. Così, al Comune risulta
che tutti abbiano già una sistemazione e non si investe in
nuove strutture".
Una carenza che non riesce a disincentivare i rifugiati
che in molti, da tutta Italia, eleggono la città come meta
finale del proprio viaggio. Anche perché di alternative, in
giro, ce ne sono poche. "Varese, oltre ai 73 posti nei centri
Sprar, non offre altro e nella maggior parte dei casi, al
termine dei sei mesi, gli assistiti prendono il primo treno
per la stazione Centrale, in cerca di un lavoro e di un
posto dove dormire", racconta Dario Giacobazzi, responsabile
della Casa d'accoglienza di via della Conciliazione,
quartiere Casbeno.
Gli ospiti del suo centro, attivo da aprile
per fronteggiare l'emergenza sbarchi, sono
12, soprattutto ivoriani. Nel giro di un mese,
hanno tutti verbalizzato la domanda d'asilo e
attendono soltanto che la Commissione territoriale
si pronunci e li invii in una struttura
dello Sprar. Nel frattempo, frequentano i corso
di italiano organizzati nella vicina parrocchia
e progettano il loro trasferimento nella
metropoli. "Pure in un feudo leghista come
Varese, fino a due anni fa -spiega Giacobazzi-,
si trovavano aziende disposte ad assumere
stranieri, dopo un periodo di tirocinio gratuito".
Ora le possibilità rasentano lo zero e non
resta che partire.
Se queste sono le soluzioni offerte in condizioni
cosiddette normali, figuriamoci quale sia
la risposta per chi ha qualche difficoltà in più,
ad esempio, i rifugiati con disturbi mentali.
"Enea", l'unico progetto milanese che si prendeva cura
di loro, gestito direttamente da Palazzo Marino, è terminato
a fine giugno e non ha avuto un nuovo finanziamento
per un vizio di forma: i dieci migranti che vivevano
in un appartamento protetto finiranno quasi di sicuro in
comunità terapeutiche non specializzate, quindi inadatte
a rispondere alle loro necessità.
Lavoro nero e valigie in mano
Nel gennaio 2011, anche Milano ha deciso di entrare nel
sistema Sprar, ma con un intento diverso: i finanziamenti
statali, infatti, non serviranno per la prima, ma per la
seconda accoglienza. In questo modo il Comune ha ottenuto
i fondi per ospitare altre 44 persone, di cui 15 assegnate
all'associazione La Grangia di Monlué, un angolo
di campagna a ridosso della tangenziale, voluto nel 1986
dal cardinale Carlo Maria Martini.
Abdellahi, somalo, è nella sua stanza a studiare geografia:
a giorni sosterrà l'esame di licenza media. Le
sue giornate scorrono tra le lezioni, gli incontri con gli
educatori e i colloqui di lavoro. In tasca ha sempre la
tessera Atm con cui può viaggiare gratis e i
ticket restaurant. "Benefit" dello Sprar, che
non sono concessi a tutti i 23 ospiti della
casa. "Otto di loro -spiega Daniela Badolato,
l'operatrice incaricata delle borse lavorosono
arrivati qui attraverso il servizio assistenza
immigrati della Caritas che non ha
sovvenzioni pubbliche".
L'obiettivo, però, è per tutti lo stesso: rendersi
indipendenti. "Ma con la crisi è ancora
più dura -prosegue l'operatrice-. Ormai
scarseggia anche il lavoro nero. Non me la
sento, quindi, di pretendere che i pochi che
ce l'hanno lo abbandonino". E il tentativo di
chiedere al datore di lavoro di regolarizzarli, il
più delle volte è vano.
Qualcuno di loro, stanco di questo limbo
senza prospettive, guarda allora all'estero.
Pronto a rimettersi in viaggio.
Testo: Lorenzo Bagnoli










OKNOtizie
Segnalo
Diggita
Delicious
Facebook