Gli ultimi venti metri li percorre in pochissime falcate. Un click e il cronometro si ferma. "Come sempre l'ultimo giro è il migliore", dice soddisfatto Antonio Ferro, l'allenatore. Se fosse possibile vincere la burocrazia a colpi di decimi di secondo Eusebio Haliti, 19 anni e ciuffo ribelle, non avrebbe rivali. È infatti campione italiano nella categoria "juniores" sui 400 metri indoor (48 secondi e 98 centesimi) e su pista (47 secondi e 24 centesimi), ma il suo miglior tempo lo ha ottenuto al meeting internazionale di Ginevra, lo scorso giugno: 47 secondi netti.
Ha tutte le carte in regola per indossare la maglia azzurra e partecipare alle Olimpiadi di Londra del 2012. Tutte meno una: quella che attesta la cittadinanza italiana. A dispetto del leggero accento pugliese, Eusebio è nato a Scutari, in Albania, nel 1991. La legge sulla cittadinanza (numero 91 del 1992) è chiara: per chiederla, i ragazzi stranieri cresciuti in Italia devono dimostrare di risiedere legalmente nel nostro Paese da dieci anni. Per il giovane velocista la fatidica data scatterà solo nel settembre 2012, tre mesi dopo l'inaugurazione dei giochi olimpici.
Come Eusebio, anche Hakim, Bernard e Angelo sonocostretti a restare in panchina. Nati nel nostro Paese o arrivati da piccoli (i cosiddetti G2, seconde generazioni), sono cresciuti e si sentono italiani, ma vengono considerati cittadini di serie B: fratelli d'Italia col permesso di soggiorno che, anche quando fanno sport, hanno a che fare con leggi che sembrano fatte apposta per tarpare loro le ali. Sia che vogliano divertirsi, sia che ambiscano a gareggiare ai massimi livelli.
Difficile sapere quanti figli di immigrati pratichino attività sportiva in una società. Il Comitato olimpico nazionale (Coni) non li censisce e affida il compito alle singole federazioni: la Federazione italiana atletica leggera ne conta 826 (dagli 11 ai 18 anni), per la Federazione italiana pugilato rappresentano il 12 per cento dei 6.800 atleti tesserati, mentre nel mondo del calcio sono circa 30mila gli under 16 di origine straniera. Cinquemila i nati in Italia. Questi atleti devono combattere contro una vera e propria babele di regolamenti federali, norme internazionali e direttive del Coni. "Il problema è che anche nello sport non ci si vuol rendere conto che l'Italia è diventata un Paese d'immigrazione", commenta Mauro Valeri, sociologo e responsabile dell'Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio.
Per la burocrazia sportiva i G2 sono stranieri a tutti gli effetti (e come tali soggetti al sistema delle quote impostedalla legge Bossi-Fini) la cui presenza deve essere limitata per "tutelare i vivai nostrani", spiegano dall'ufficio stampa del Coni. E si continua a etichettare come "straniero" anche chi è nato e cresciuto all'ombra della Madonnina o sotto la torre degli Asinelli.
"La legge sulla cittadinanza è una norma iniqua, che ci impedisce di schierare i nostri atleti. E dico nostri perché questi ragazzi sono italiani -puntualizza Antonio Ferro-. È assurdo: abbiamo dei campioni e non li possiamo far competere a livello internazionale". E così, mentre le altre nazionali europee scommettono su sportivi nati in Turchia, Marocco o America Latina, "noi ci perdiamo delle belle medaglie", conclude Ferro. Come l'oro conquistato a Pechino nei tremila siepi dal francese Mahiedine Mekhissi-Benabba (nato nel 1985 a Reims) o l'argento di Khedafi Djelkhir, pugile 24enne di Besançon. Diversamente dai cugini d'Oltralpe, l'Italia ha un modello di cittadinanza basato sullo jus sanguinis: è italiano solo chi è figlio o discendente di un italiano. "Per emergere nello sport servono determinazione e anni di sacrifici -spiega Valeri-, se non si ottiene la cittadinanza o se la pratica si trascina a lungo, tutta la fatica risulta vana".
Eusebio tiene duro, tanto da aver rifiutato una borsa di studio dalla federazione albanese. "Ho frequentato le scuole pubbliche, dalla quarta elementare al diploma, i miei amici e la mia ragazza vivono qui, in Puglia. Il mio futuro è in Italia, certo non in Albania". Il suo sorriso si incrina, lasciando trasparire tutta l'amarezza e la frustrazione per questa attesa: "Non ho accesso nemmeno ai Corpi sportivi militari che mi garantirebbero una carriera nell'atletica -spiega-. Vedo altri ragazzi, che batto regolarmente, gareggiare per la nazionale e partecipare alle manifestazioni all'estero. Loro sono lì... E io no".
Boxare alla Bolognina
Il gong, appeso alla parete, detta il ritmo dei "Tranvieri" del circolo pugilistico Dozza di Bologna: tre minuti di combattimento, uno di riposo. Hakim Chebakia sale sul ring: "Ha i sassi nelle mani", commenta a mezza voce il coach. Si muove veloce e colpisce duro, malgrado pesi solo 54 chili. Nato a Kenitra (Marocco) nel 1988, Hakim vive a Bologna da quando aveva sette anni e tira di boxe da quando ne aveva 15: "Quest'anno voglio provare a fare il salto tra i professionisti", racconta. Parla con l'accento morbido tipico dei bolognesi, ma non riesce a mascherare la rabbia: da cinque anni aspetta che gli venga riconosciuta la cittadinanza italiana: "Uno lotta, lotta, lotta. Ma quando vede che il suo sogno diventa una chimera, lascia perdere".
Alla "Tranvieri" gli iscritti sono poco più di una trentina, la metà stranieri dai 14 ai 25 anni. "Non si sentono marocchini, algerini o albanesi: si considerano italiani al cento per cento -spiega Sergio Rosa, il loro allenatore- e per questo vorrebbero partecipare al campionato italiano". Ma il regolamento lo vieta. "Ci abbiamo provato, ma non siamo riusciti a far cambiare la norma -spiega Alberto Brasca, vicepresidente della Federazione pugilistica italiana e coordinatore del settore dilettanti-: su questo fronte c'è un veto del Coni".
Il passaggio al professionismo, per un ragazzo straniero, è molto più difficile. "A parità di livello, un manager preferisce investire sul pugile nostrano -continua il coach-: in poco tempo inizia a rendere anche economicamente". L'unico ring accessibile alle seconde generazioni è il "Guanto d'oro", un torneo riservato agli under 23 aperto ai migliori boxeur d'Italia: all'ultima edizione hanno partecipato 13 atleti di origine straniera. Hakim ha già combattuto due volte con buoni piazzamenti, mentre il 23enne Khassimi "Momo" Mohamed, suo compagno di squadra, è arrivato in finale nel 2008 e in semifinale l'anno successivo. "Mi sono trasferito a Bologna con la mia famiglia a sette anni", racconta al termine dell'allenamento. Se tutto andrà bene, otterrà la cittadinanza nel 2012.
Gli atleti immigrati sono sempre più numerosi negli spogliatoi delle palestre federali. "In quasi tutte (sono circa 500, ndr) c'è almeno uno straniero e in qualche caso si arriva al 20 per cento", aggiunge Brasca. Ragazzi che, se ne avessero la possibilità, indosserebbero con orgoglio la maglia azzurra. "So che c'è gente molto più brava di me -conclude Hakim-, ma se avessi avuto un cavolo di documento avrei potuto provarci. Ora mi ripeto che è inutile montarmi la testa".
Calciatori nel pallone
Angelo, 16enne latinoamericano, vive vicino a Milano da quando aveva sette anni. Appassionato di calcio, un anno fa ha provato a tesserarsi con la squadra locale. Dopo la visita medica ha consegnato la documentazione: permesso di soggiorno, certificato di frequenza scolastica e residenza.
In un secondo momento gli è stato domandato il permesso di soggiorno dei genitori, poi nuove carte in cui mamma e papà hanno dovuto documentare il loro "stato occupazionale" e il reddito.
Infine l'ennesima richiesta: Angelo deve certificare di non essere mai stato iscritto a federazioni estere; in caso contrario deve ottenere il transfert, un documento emesso dagli organi sportivi del suo Paese d'origine che autorizzi il trasferimento.
"La burocrazia del calcio sembra fatta apposta per rendere tutto più complicato, si teme sempre di avere a che fare con una possibile vittima di tratta calcistica -sottolinea Mauro Valeri-. Quella del transfert è una richiesta assurda: Angelo ha lasciato il suo Paese da piccolo". Per prevenire lo sfruttamento di baby calciatori africani o latinoamericani da parte di procuratori senza scrupoli, si finisce quindi col penalizzare gli atleti di seconda generazione.
Analoghe difficoltà alla polisportiva dell'oratorio di Clusone (Bergamo). "Per tesserare un ragazzino della leva 1998-99 ho dovuto portare in federazione una cartelletta con 15 fogli", spiega Alessio Franchina, uno dei giovani che anima le attività sportive. Per mettere in regola un ragazzo italiano, invece, sono sufficienti lo stato di famiglia, il certificato di nascita e quello di residenza.
Basterebbe poco per rendere l'iter meno complicato. "Il Coni dovrebbe diramare delle linee guida valide per tutti gli sport -osserva Valeri-, equiparando ai coetanei italiani i nati in Italia e chi è arrivato entro i 10 anni".
Ubong Abrham Bernard, 21enne piemontese di origine nigeriana, è uno degli attaccanti della "Nicese calcio", società dilettantistica di Nizza Monferrato (Asti) che milita in Promozione. La sua squadra non ha potuto schierarlo nelle prime sette partite di campionato a causa di lungaggini burocratiche. "Per risolvere una pratica servono uno o due mesi di pazienza -spiega Elio Merlino, dirigente della Nicese-, senza contare le tante telefonate a Roma per evitare che finisca nel dimenticatoio".
C'è chi invece si è rivolto alla magistratura. Shaib Idrissuou Biyao Kolou, rifugiato politico togolese, ha denunciato la Figc per discriminazione al tribunale di Lodi, perché gli negava il tesseramento. Il regolamento federale prevede, all'articolo 40, che il permesso di soggiorno debba essere valido "almeno fino al termine della stagione sportiva". Norma necessaria per "tutelare (ancora una volta, ndr) i vivai nostrani".
Proprio in questa frase contenuta nella memoria difensiva degli avvocati della Figc, il giudice Federico Salmeri ha trovato la prova della discriminazione ai danni di Shaib, e ha sottolineato come i limiti posti ai giocatori extracomunitari rendano più difficile il loro processo di integrazione. Un comportamento ancor più grave se riguarda adolescenti che "scoprono e subiscono questa differenza rispetto a coetanei e amici con i quali fino ad allora avevano condiviso numerose esperienze" si legge nella sentenza.
Ai mondiali sudafricani per la nazionale tedesca sono scesi in campo calciatori di origine turca, ghanese, nigeriana, polacca, brasiliana e bosniaca. Per noi, un futuro ancora improbabile.
Testo di Ilaria Sesana










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