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La cordata
Famiglia, lavoro, salute. In Italia sono oltre 7mila i gruppi di auto mutuo aiuto. Una possibile risposta alla crisi del welfare.

Ogni storia che si rispetti ha un suo mito di fondazione, anche questa. Era il giugno del 1935 quando Bill e Bob, due alcolisti americani, s'incontrarono per le strade di Akron, in Ohio. Rimasero a parlare dei loro problemi per oltre due ore, per poi accorgersi che in quel lasso di tempo non avevano bevuto un solo goccio. Così iniziarono a incontrarsi con regolarità e a invitare alle loro riunioni persone con la stessa dipendenza. Fu l'inizio dell'auto mutuo aiuto (Ama). Da allora sono passati 75 anni e la pratica di aiutare se stessi aiutando gli altri si è estesa ben oltre l'alcolismo. Lavoro precario, allattamento, adolescenza, anzianità, malattia: gli eredi di Bill e Bob si danno appuntamento per affrontare di tutto, dai problemi più gravi alle normali fasi della vita.

Violeta, badante peruviana, si ritrova ogni due domeniche con quattro colleghe nella sede del coordinamento Ama di Firenze. "Assistere e lavare una persona sconosciuta non è facile: all'inizio fa schifo -racconta-. Alle riunioni sfoghiamo le nostre frustrazioni, ma ci diamo anche consigli tecnici, perché nessuno ti spiega come fare questo mestiere". A Palazzolo sull'Oglio (Brescia), una decina di mamme si scambiano pareri sui figli piccoli. Tra loro c'è Stefania, assistente sociale che si occupa di minori senza famiglia: "Pensavo di sapere tutto sulle difficoltà dei bambini -ricorda-, ma le mie certezze sono crollate quando ne ho avuto uno mio e sono scivolata verso la depressione". Ha scoperto di avere qualcosa in comune con tante altre mamme e di poter superare il disagio "parlandone e scambiandoci suggerimenti semplici, che spesso i pediatri non danno".

In Italia i gruppi di auto mutuo aiuto sono in costante aumento: nel 1999 erano 1.603, saliti a 3.265 nel 2006. "Oggi sono tra i sette e i novemila", stima Amadio Totis, responsabile del coordinamento Ama della Lombardia. Uno sviluppo "indubbiamente collegato alla crisi economica e ai tagli nel welfare" spiega Fabio Folgheraiter, docente di Teoria del servizio sociale all'università Cattolica di Milano. Comuni, Province e Regioni mostrano sempre più attenzione verso questo fenomeno perché i cittadini trovano sostegno e soluzioni senza pesare sulle casse pubbliche.

Stili diversi
A Paola l'idea di fondare un gruppo di auto mutuo aiuto è venuta in una corsia dell'Ospedale di Bergamo. Suo figlio Andrea, 13 anni fa, è stato vittima di un incidente in motorino e ha vissuto quattro mesi in coma. Il risveglio non è stato di quelli che si vedono nei film, quando il paziente apre gli occhi, abbraccia tutti, ringrazia il medico e torna alla vita. A suo figlio sono serviti anni di ricovero, visite specialistiche e terapie di riabilitazione. Paola ha conosciuto così mamme o mogli di traumatizzati cranici. "Una mia amica faceva parte di un gruppo Ama per ragazze madri e ne era contenta -racconta-. Perché non provarci anche noi? Pensai. Nel 1998 convinsi altre cinque donne e poi insistemmo col primario perché ci concedesse una sala dove trovarci una volta a settimana".

Col tempo le finalitàdel gruppo si sono modificate: non più solo luogo di terapia, ma fucina di idee per migliorare la condizione delle famiglie alle prese con la fatica di gestire un malato "da recuperare". Così hanno aperto uno sportello per accogliere, con la presenza di una psicologa, i parenti dei traumatizzati cranici. "Quando accade un incidente grave tutta la famiglia diventa disabile -spiega Paola-. Ma l'ospedale si occupa solo del paziente, non di chi deve imparare ad amare una persona del tutto diversa da quella conosciuta fino al giorno prima".

L'anno scorso Lucia, una delle componenti del gruppo (ormai sono una dozzina), ha messo a disposizione un campo incolto di circa 600 metri quadrati, poco più di due campi da tennis. Ne è nato un orto, dove le persone possono riscoprire il gusto della manualità, unendo gioco e rieducazione al lavoro. Andrea, che oggi ha 32 anni, mostra peperoncini, pomodori e cespi di insalata come fossero trofei: è stato uno dei più attivi nei lavori, solo sul nome dell'orto non si è trovato d'accordo: "Avrei voluto intitolarlo a Fausto e Iaio, i due ragazzi del centro sociale Leoncavallo uccisi alla fine degli anni Settanta a Milano". Ma, agli altri, "Riseminiamoci la vita" deve essere parso più appropriato.

Un gruppo Ama ben riuscito crea capitale sociale: spinge i suoi partecipanti a diventare cittadini attivi che s'impegnano a realizzare progetti e, se serve, reclamano attenzione e risorse da parte delle istituzioni. "La parola mutuo sintetizza questa specificità-spiega ancora Amadio Totis, coordinatore della Lombardia- e li distingue da quelli di ‘auto aiuto' tradizionale, come gli alcolisti anonimi", dove i membri si conoscono solo col nome di battesimo, rifiutano ogni finanziamento e non avviano progetti esterni.

Leggi, finanziamenti e buona volontà
Il coordinamento Ama di Bolzano riceve dalla Provincia un finanziamento di 120mila euro annui: possono sembrare tanti, ma in realtà servono a sostenere ben 222 gruppi, uno ogni 2.270 abitanti. In questo modo oltre tremila persone hanno un accompagnamento psicologico di base costante che nessuna struttura potrebbe altrimenti garantire con un budget sufficiente a pagare a male pena lo stipendio di tre psicoterapeuti. "Coadiuviamo l'attività dei gruppi, li facciamo conoscere ai cittadini con spazi pubblicitari e organizziamo convegni e corsi di formazione", spiega Irene Gibitz, segretaria del coordinamento tirolese.

A Milano l'auto aiuto serve anche a combattere la demenza senile. Ogni mercoledì pomeriggio nel circolo Arci di via Borsieri 2, quartiere Isola, Francesca dà il via alla riunione dell'Alzheimer café con l'inno del gruppo: "Voglio vivere così". Ha 89 anni ed è la responsabile del canto: basta attendere che liberi la voce sul ritornello reso famoso negli anni Quaranta da Ferruccio Tagliavini per capire che è un titolo conquistato sul campo.

Il gruppo è stato creato per prevenire la "degenerazione cognitiva" e ne fanno parte una decina di anziani. Si canta, si legge, si gioca a carte e si parla dei problemi quotidiani. Ambrogina, che coordina il gruppo di poesia e ogni volta che ne legge una si commuove, fino a qualche settimana fa non andava d'accordo con la sua badante e si lamentava per come faceva i lavori di casa. Alle riunioni si è convinta che spiegarle come li desiderava potesse essere più utile del solo protestare: "Ora va molto meglio", dice mentre saluta Angela, classe 1920, una laurea in ingegneria e un ottimismo da fare invidia a una ventenne. Anche lei è qui per non "invecchiare".

Mantenere in vita il café ha costi elevati: è ospitato gratuitamente dal circolo Arci, ma ogni mese a pesare sui conti dell'associazione sono i 480 euro destinati al trasporto degli anziani. La Lombardia, con la legge 23 del 1999, ha permesso ai gruppi Ama di partecipare ai bandi che finanziano le attività sociali. L'Alzheimer café, lo scorso anno, ha ottenuto così 10mila euro: una manna che ha permesso di saldare i debiti con la cooperativa che si occupa di accompagnare gli utenti in pulmino, di stampare un libretto informativo e promuovere degli incontri con i bambini della zona. Ma sono finanziamenti una tantum, che non permettono programmi di ampio respiro. "Se i contributi fossero stabili, potremmo organizzare gite, laboratori, iniziative con il quartiere", spiega Silvana Botassis, una delle quattro volontarie.

La crescita delle attività Ama rimane legata all'attivismo di chi ci crede e cerca di inserire queste esperienze in contesti nuovi e insospettabili. Valeria Matteucci è il direttore del Servizio sanità penitenziaria delle "Capanne" di Perugia e, dopo lunghe trattative con la direzione del carcere, è riuscita a portare l'auto mutuo aiuto dentro le mura, attivando gruppi per tossicodipendenti e detenute madri. "L'inizio è stato difficile -ammette-, non capivano per quale ragione dovessero raccontare le proprie debolezze". A due anni di distanza, tre detenuti hanno chiesto se vicino a casa ci fosse un gruppo simile per continuare a frequentarli anche dopo la scarcerazione. "E uno di loro è convinto che, se avesse conosciuto prima questa realtà, non sarebbe mai finito in cella", ricorda Valeria.

L'Italia, con la legge quadro sui servizi sociali (328/2000), ha stabilito che "lo stimolo alle risorse di solidarietà e auto aiuto è fondamentale per migliorare i servizi di sostegno". Eppure l'esempio di Bolzano resta unico, perché in quasi tutta Italia questa norma rimane inapplicata: ci si affida alla sensibilità di singoli amministratori più che a un disegno generale. A Bologna l'Asl ha aperto un ufficio che si occupa di sostenere le attività dei gruppi. A Montevarchi, in provincia di Arezzo, il Comune mette a disposizione i locali per gli incontri e pubblicizza le diverse attività organizzate, perché "dai problemi non si esce mai da soli -spiega il vicesindaco Giovanni Rossi- e ci siamo resi conto che di fronte ai tagli ai fondi, l'auto mutuo aiuto è una risorsa importante sulla quale investire".

"Siamo ancora lontani dall'esempio della Germania, dove i gruppi sono oltre 70mila e lo Stato li sostiene con 36milioni di euro l'anno -sottolinea Massimo Cecchi, volontario del coordinamento toscano-. Un sogno per noi, che ci accontenteremmo di molto meno".
A qualche furbetto in cerca di facili guadagni il movimento Ama fa gola. In rete non è difficile trovare corsi che si propongono di formare, a pagamento, aspiranti esperti dell'auto mutuo aiuto. In Toscana sono stati denunciati sei gruppi che chiedevano ai partecipanti di pagare una retta di 30 euro a testa a riunione. "Li abbiamo espulsi -afferma Rosmina Raspini, anche lei nel coordinamento-. Attenzione quindi, quando qualcuno vi chiede dei soldi". Un sacrilegio, visto che alla base di tutto c'è lo scambio reciproco e gratuito dell'aiuto.

Testo di Andrea Legni

 

 

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