Le inchieste
Adozioni coraniche
Le coppie musulmane non possono adottare un bambino e devono ricorrere alla "kafala", molto simile all'affido. Che però non è riconosciuta dalle leggi italiane.

Munir ha solo due anni e mezzo e vive in un orfanotrofio del Cairo. Da quasi 10 mesi attende che le autorità italiane gli permettano di venire nelle Marche dove lo aspetta la sua nuova famiglia. Non è stato adottato: i suoi nuovi genitori -Masoud Kamal, 41 anni, egiziano con la cittadinanza italiana, e Moira Paletti, 43 anni- sono infatti musulmani e il Corano vieta l'adozione. Sono ricorsi all'istituto islamico della Kafala, molto simile all'affido: il bambino non cambia cognome, non diventa figlio della coppia, ma quest'ultima si impegna a crescerlo e accudirlo, fino a quando compie 18 anni. In Egitto e in tutti i Paesi musulmani è l'unico strumento per dare una famiglia ai minori abbandonati.  

Il problema è che l'Italia non riconosce la kafala e quindi non concede il permesso di soggiorno a Munir. "Nell'agosto del 2009 abbiamo inoltrato la domanda per la kafala al ministero degli Affari sociali dell'Egitto -racconta Moira-. Tramite il loro consolato in Italia, hanno controllato il nostro stato patrimoniale, verificato che fossimo entrambi veramente musulmani e che fossimo in grado di crescere un bambino. Ci hanno anche chiesto le pagelle scolastiche del nostro figlio naturale".

A febbraio di quest'anno arriva il via libera dall'Egitto e i coniugi Kamal volano al Cairo. "Ci hanno indicato l'orfanotrofio e, come previsto dalle leggi egiziani, abbiamo scelto noi il bambino", ricorda Moira. Al Consolato italiano hanno inoltrato ben 5 volte la richiesta di ricongiungimento familiare, ma la risposta è sempre stata negativa. "Ora abbiamo fatto ricorso e attendiamo che il Tribunale di Ancona si pronunci".

Munir non è l'unico bambino "kafalino" che attende un visto per venire in Italia. "Nel 2008 solo al consolato di Rabat in Marocco ci sono state 250 richieste -racconta Marco Griffini, presidente dell'associazione Amici dei bambini (Ai.bi.) che sostiene la battaglia legale di alcune di queste famiglie-. Stimiamo che siano circa 600 le domande ferme al ministero degli Esteri italiano provenienti dai Paesi nordafricani".

L'Italia finora non ha concesso i visti perché teme che la kafala possa diventare un modo per aggirare sia le norme sull'adozione sia quelle sull'immigrazione. In Europa alcuni Paesi riconoscono la kafala: il Belgio l'ha inserita nel suo Codice civile, Svizzera e Spagna ne consentono la trasformazione in adozione. In Germania, Regno Unito, Francia e Lussemburgo è invece la giurisprudenza a darle validità. La famiglia Kamal ha fiducia nella giustizia italiana. Anche perché nel 2008 la Corte di Cassazione ha già dato ragione a una coppia marocchina, sostenendo che è un diritto del minore poter vivere nella famiglia cui è stato affidato nel rispetto delle leggi del suo Paese d'origine. "In futuro questi casi aumenteranno -sottolinea Moira-, perché in Italia sono sempre di più le coppie musulmane. Per coerenza verso la nostra fede non possiamo adottare, ma vi assicuro che i controlli effettuati dalle autorità egiziane sono stati molto rigorosi, non abbiamo cercato una scorciatoia".

La svolta potrebbe arrivare se il Parlamento ratificasse la Convenzione dell'Aja del 1996, che stabilisce le competenze fra gli Stati in materia di tutela dei minori. "L'Italia, in questo modo, riconoscerebbe la validità della kafala -spiega Marco Griffini-, anche se poi dovrebbe emanare norme specifiche per regolarla". Come spesso accade, il nostro Paese è in ritardo, la Convenzione imponeva la ratifica entro il 5 luglio 2010. Qualche speranza comunque c'è: il 7 ottobre il sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Scotti, ha sostenuto al Senato che il Governo ha sciolto ogni riserva sulla kafala. Probabilmente i ministeri della Giustizia e degli Esteri presenteranno un disegno di legge con le procedure per la concessione del visto ai bambini "kafalini". "Una buona notizia, ora Parlamento e Governo devono agire con piu` celerità", dice il presidente di Ai.bi.

I tempi della politica sono però troppo lenti per un bambino di due anni. La famiglia Kamal ha anche meditato di trasferirsi in Egitto. "È stato il nostro figlio naturale a proporci di cambiare Paese -sottolinea Moira-. Mi auguro proprio di non dover compiere questo passo".

Testo di Dario Paladini

Eventi
Rubriche