Le inchieste
Fragili abbracci
Ogni anno in Italia vengono adottati circa 4.500 bambini. Circa il 3% delle adozioni fallisce, ma nessuno monitora questo fenomeno.

Sulla targhetta della porta d'ingresso ci sono ancora tutti i nomi: "Matilde, Giovanni, Miran, Anna". Ma Miran, adottata nel 2001 in India all'età di sei anni e mezzo, da 18 mesi non vive più in questa casa dell'hinterland milanese. "Siamo stati costretti a mandarla in una comunità terapeutica perché la famiglia rischiava di cadere a pezzi" spiega Matilde, la mamma adottiva, mentre in cucina gironzolano i due gatti comprati proprio per Miran, nella speranza che il contatto con gli animali l'aiutasse a riconciliarsi con se stessa e con il mondo. "Mai avrei immaginato di dover prendere questa decisione, ma ormai anche Anna, figlia biologica, dava segni di crisi -dice Matilde, che oggi vede Miran una volta al mese in presenza di uno psicologo-. Ora non so se tornerà a stare con noi".

La doppia promessa dell'adozione, per i genitori il sogno di crescere un figlio, per i bambini quello di avere una famiglia, può trasformarsi in un incubo. Secondo un'indagine svolta dall'Istituto degli Innocenti di Firenze, nel 2001 in Italia c'erano 351 ragazzini, 176 dei quali di origine straniera, età media 13 anni, "restituiti" dopo cinque o sei anni di adozione e consegnati a comunità d'accoglienza.

Tanti o pochi che sembrino, sono la punta di un iceberg. "Ci sono casi che non si concludono con l'allontanamento del figlio, ma comunque sono caratterizzati da rapporti molto conflittuali con i genitori -spiega Marco Cristolini, psicoterapeuta e consulente dell'Istituto degli Innocenti-. Secondo vari studi condotti in Paesi europei, circa il 3 per cento delle adozioni falliscono, ma la percentuale sale al 20 per cento tra le adozioni ritenute difficili, come quelle in cui il bambino ha problemi di salute o ha vissuto gravi violenze nella sua famiglia d'origine".

Anche Miran, rimasta orfana di madre, era stata maltrattata dalla matrigna e spesso picchiata dal padre, tanto da portare ancora sul corpo alcune cicatrici. "Fin dall'inizio il rapporto con lei è stato molto difficile -racconta Matilde-. Mi sentivo divorata dal suo desiderio di attenzione e per questo tendevo a irrigidirmi". Con l'adolescenza la situazione precipita: uso di droghe, rapporti sessuali con adulti e continui disturbi psicosomatici come forti emicranie, periodi di vomito giornaliero, enuresi, dolori e rigidità del collo e della schiena, mal di pancia, svenimenti, convulsioni, cistiti "che non passavano mai, neanche con gli antibiotici". Nei suoi incubi, Giovanni e il suo papà naturale lottavano tra loro. Ripeteva di voler essere adottata da un'altra famiglia, minacciava di suicidarsi. In questo quadro, anche la scuola non poteva che essere un disastro. "Era, ed è ancora, incapace di vivere una vita in positivo -aggiunge Matilde-. Fino al suo arrivo in Italia nel suo codice di comportamento c'erano solo violenza e diffidenza. In casa nostra i rapporti sono improntati su ben altri valori, ma questo l'ha come spiazzata".

Ben presto tutta la famiglia viene seguita da uno psicologo: ne ha bisogno Miran, ma anche i suoi genitori e la sorella, ormai esausti. "Miran ha una grande rabbia dentro di é, contro il mondo, contro tutti. Ma nella  nostra famiglia non era permesso tirarla fuori nei modi in cui lei avrebbe voluto, urlando e picchiando. Per cui eravamo diventati noi il canale della sua rabbia. E questo mi sfiniva".

Nel gennaio 2009 per Miran si aprono le porte della comunità. Una scelta fino a poco prima ritenuta impensabile, spiegata da Matilde in una email ai parenti e agli amici più stretti: "Anche se so che è la cosa migliore e sento che abbiamo fatto il possibile, nessuno mi toglie la sensazione di avere un buco nello stomaco. Mi sento un po' fallita, mi rendo conto che la montagna era più alta di quanto avessimo calcolato e che non bastava la buona volontà. E quando guardo la mia famiglia soffrire, nel silenzio della stanzetta dello psicologo, mi chiedo dove ci porterà tutto questo dolore".

Traumi indelebili. I fattori di rischio
Sono tre i fattori che possono portare al fallimento di un'adozione. "Il primo è legato al bambino: i traumi subiti a volte sono così profondi da renderlo incapace di costruire relazioni positive -spiega Marco Cristolini-. Conta poi l'atteggiamento dei nuovi genitori, in particolare la loro disponibilità ad accettare un bambino ‘non perfetto' come l'avevano sognato, con i suoi ritardi, i suoi fallimenti scolastici, i tormenti sulle sue origini". Infine, la solitudine della famiglia stessa: non sempre, infatti, i servizi sociali e la scuola sono preparate a sostenerla. "Abbiamo un'Italia a macchia di leopardo -sottolinea Cristolini-: in alcune regioni ci sono buoni servizi e in altre quasi neanche il minimo previsto dalla legge".

La trafila per adottare un bambino è abbastanza lunga: si inoltra una domanda al Tribunale per i minorenni, i servizi sociali scandagliano la vita privata dei candidati e, sulla base della relazione, un giudice decide se sono idonei o meno. A questo punto chi cerca un figlio all'estero si affida a un ente abilitato dal Comitato adozioni internazionali (Cai), che conduce a buon fine il percorso dell'adozione in circa 18 mesi. Chi desidera un bambino italiano aspetta la chiamata dal Tribunale, pur sapendo che per ogni bambino adottabile ci sono 12 coppie in attesa.

A questo punto, se l'iter non si è concluso con successo nel giro di tre anni, la coppia deve ricominciare tutto da capo. I genitori che hanno ottenuto un bambino, invece, durante il primo anno d'adozione vengono seguiti dai servizi sociali, poi devono camminare sulle loro gambe. "L'Asl ci ha garantito solo dieci sedute all'anno con lo psicologo, ma noi ne avevamo bisogno molte di più e abbiamo dovuto pagarcele da soli -dice Matilde-: circa 90 euro a seduta".

A volte, però, lo psicologo non basta e, per stare in piedi, c'è bisogno di confrontarsi con altri genitori. "I problemi vengono fuori soprattutto con l'adolescenza -spiega Marina Maino, presidente del coordinamento Famiglie adottive alto vicentino-. In questo periodo abbiamo sentito il bisogno di scambiarci le esperienze e di confortarci e oggi abbiamo due gruppi di auto aiuto per un totale di 20 famiglie. I nostri figli rimettono in discussione tutto: ‘Non siete il mio papà e la mia mamma veri!', ‘Mi avete adottato solo per sembrare una famiglia come le altre!' e così via. Certo ogni adolescente contesta il padre e la madre, ma nel nostro caso è necessario un lavoro maggiore, proprio perché sono ragazzi che hanno subìto traumi".

Difficoltà e problemi che i figli a volte cercano di risolvere da soli. Come ha fatto Pablo, originario del Perù, adottato all'età di 6 anni e mezzo da una famiglia dell'Italia centrale. "I miei genitori li ho fatti letteralmente disperare -racconta-. Verso i 13 anni ho cominciato a vestire e mangiare in stile sudamericano, mi sono rifugiato nelle droghe leggere, non mi sentivo parte della famiglia. Loro non mi avevano mai nascosto le mie origini e la mia storia ma io ero andato in crisi, tanto che mi è venuta l'alopecia". Nel 2007, la svolta. "Decido di andare in Perù -racconta Pablo-. Ci sono stato per due mesi e sono riuscito a trovare i miei genitori biologici. Ho potuto vedere i loro volti, ascoltare la loro storia, conoscere zii e cugini. Mi hanno accolto e addirittura hanno organizzato una festa per me". Quando è nato, i suoi genitori naturali erano poco più che ventenni. "Poverissimi. Non sapevano come darmi da mangiare". Pablo, al contrario di altri, non ha mai vissuto in istituto: "Il passaggio da una famiglia all'altra è stato diretto: ho ancora una foto con i miei genitori naturali e quelli adottivi e io in mezzo. Un momento che avevo rimosso, anche se dentro di me sentivo di essere stato strappato alle mie origini". Oggi, però, Pablo si sente sereno. "È come se avessi ricucito quello strappo, anche se per me i miei veri genitori restano quelli adottivi. Con loro sono molto cambiato e anche l'alopecia mi è sparita".

Minori fuori controllo
Nel nostro Paese ogni anno vengono adottati poco più di mille bambini italiani e circa 3.500 stranieri ma nessuno, dopo l'adozione, si preoccupa di monitorare il destino di questi piccoli e delle loro nuove famiglie. Al Tribunale dei minorenni di Roma, però, hanno deciso di cambiare rotta. "Vogliamo capire cosa ne è di loro, anche a distanza di anni", sottolinea il presidente del Tribunale, Melita Cavallo, che ha introdotto vincoli relativi all'età e al numero dei bambini che una coppia può accogliere nei decreti di idoneità all'adozione internazionale. "È capitato che chi avesse chiesto un figlio in età prescolare, una volta giunto nel Paese straniero abbia scoperto che il bambino era più grandicello, oppure che avesse anche un fratello. A quel punto cosa fanno? Dicono di no e tornano in Italia? -racconta Melita Cavallo-. In queste settimane stiamo gestendo il caso di una ragazzina di 13 anni: è arrivata nel nostro Paese da pochi mesi ma la famiglia l'ha già restituita. Non fa altro che piangere perché dice che le avevano raccontato che sarebbe partita solo per una vacanza. Mi sembra che ci sia da riflettere su casi di questo genere".

Figli per sempre
A Milano l'associazione Amici dei bambini (Ai.bi.) promuove un gruppo di confronto fra adottati adulti. "Si ritrovano per scambiarsi esperienze, per aiutarsi -racconta Cristolini, che ne è l'animatore-. La storia della loro infanzia li segue per tutta la vita. Quando diventano a loro volta genitori devono magari spiegare ai figli perché i nonni sono così diversi. In caso di malattie, inoltre, pesa il fatto che non si conosca nulla o quasi delle patologie ereditarie dei genitori biologici".

Sui social network sono nati anche gruppi di figli italiani adottati che cercano notizie o testimoni delle loro radici. Spesso si registrano con il nome e cognome fittizio assegnati loro al momento della nascita: chissà che la mamma navigando su internet non li riconosca. Pubblicano data, ora, nome dell'ospedale in cui sono stati partoriti e altri dettagli che possano far tornare la memoria a ostetriche, infermiere, vicini di letto. La legge italiana impedisce ai figli non riconosciuti di accedere alla documentazione che riguarda l'identità dei genitori consentendola, con beffarda ironia, solo al compimento dei 100 anni d'età (25 per gli "allontanati").

"I cosiddetti figli di n.n. sentono molto forte il desiderio di sapere qualcosa di più delle proprie origini -racconta Emilia Emiliani, 58 anni, psicologa e fondatrice di un gruppo su facebook intitolato ‘La punizione dei 100 anni. Sostegno ai figli adottivi non riconosciuti'-. Abbiamo come un buco nero nella nostra vita. Non ci siamo mai rispecchiati nei lineamenti di qualcuno d'altro".

In Parlamento giacciono tre disegni di legge, che mirano a ridurre gli anni di "segretezza" assoluta: prevedono che il figlio possa chiedere al Tribunale di contattare i genitori biologi e se questi ultimi acconsentono, viene rivelato il loro nome, senza che questo comporti per loro nessun obbligo. Uno di questi, depositato nel novembre 2009 da Maurizio Paniz, avvocato bellunese e deputato Pdl, fissa a 25 anni il nuovo limite per avere diritto a chiedere informazioni sui propri genitori originari, estendibile a 40 nei casi più delicati. Una proposta che a febbraio è stata oggetto di un primo esame presso la Commissione giustizia. "È un tema importante -dice Paniz-: bisogna stare attenti a gestire i diversi interessi dei soggetti coinvolti, rispettando gli affetti consolidati".

Ma la vita reale è più veloce delle cerimonie parlamentari: così Mariarosa De Rosa, 52 anni, mossa dalla curiosità è finita dall'altra parte del mondo per conoscere la sua mamma biologica. "Morti i miei genitori adottivi, ho scoperto da una zia che verso i 16 anni volevano ‘restituirmi' perché ero finita in un ospedale psichiatrico per le angherie subite dal mio padre adottivo -racconta-. Erano riusciti a sapere il nome della mia mamma biologica".

Mariarosa finalmente sa che è figlia di una donna originaria del Molise, che l'aveva partorita, ancora nubile, a 25 anni. "Erano tempi diversi e i parenti la costrinsero a non riconoscermi. Mi diede alla luce in un ospedale di Napoli e mi lasciò lì". Mariarosa è andata in Molise ed è riuscita a sapere che è in Australia. "Le ho scritto -ricorda-. Un anno fa l'ho incontrata a Sidney. Ho visto in faccia le mie radici. Ho scoperto che anche lei ha una venuzza in rilievo sulla gamba, abbiamo inoltre la stessa pianta dei piedi. Ho trovato somiglianze in alcune cugine, a partire dai capelli. Per chi non è adottato è difficile capire quanto ciò sia importante". Quest'anno, per Natale, Mariarosa volerà in Australia.

Testo di Dario Paladini

 

 

Eventi
Rubriche