Alcuni fanno capolino sulle impalcature dei palazzi, altri sfiorano le scrivanie degli impiegati mentre puliscono i loro uffici. Invisibili e silenziosi, i nuovi schiavi vivono accanto a noi, spesso privati dei diritti fondamentali. Qualcuno viene addirittura "incatenato" al suo padrone, dal quale subisce vessazioni e angherie sinora riservate al mondo della prostituzione.
Come Kamil, che per arrivare a Milano ha dovuto sborsare 8mila euro a un "amico" in cambio di un visto turistico. "Metà subito, in Egitto, il resto in Italia", gli avevano detto. Ad accoglierlo, al suo arrivo, un "imprenditore" che lo ha arruolato prima come manovale nei cantieri, poi come addetto alla pulizie. Ovviamente tutto in nero. "Mi dava quello che voleva lui: poche centinaia di euro al mese, il resto lo teneva per ripagare il viaggio", dice il giovane egiziano, che come molti altri migranti ha pagato di tasca propria questa trasferta maledetta: dai 2 ai 10 mila euro. "Soldi che non finiscono mai di restituire -spiega Alessandro De Lisi, consulente della Commissione parlamentare antimafia-: il tasso d'interesse viene deciso giorno per giorno".
Non solo: scaduto il visto turistico, Kamil si è visto sottrarre persino il passaporto e soltanto un anno dopo, approfittando del decreto flussi 2007, è riuscito a farsi regolarizzare dal suo "padrone". Ma il taglieggiamento è continuato come se nulla fosse: ogni mese un terzo del suo stipendio, versato in contanti, ritornava nelle tasche del suo sfruttatore anche se la busta paga era formalmente corretta, con contributi regolarmente versati. "Quando ha capito di aver lasciato troppi soldi a questo signore, Kamil ha iniziato a protestare e si è rivolto al sindacato -racconta Geber Shawki, egiziano, da nove anni funzionario Fillea-Cgil alla Camera del lavoro di Milano-. Secondo i nostri calcoli, il datore di lavoro gli ha estorto circa 35mila euro".
Una vicenda simile a quella di Kamil è capitata a Paula: arrivata in Italia dal Brasile ancora minorenne, avrebbe dovuto studiare, inserirsi nel nostro Paese e, in cambio, dare una mano nei lavori domestici a un'amica della madre sposata con un italiano. Invece, "per tre anni è stata utilizzata come colf da questa famiglia che la teneva segregata in casa: è stata minacciata e le sono stati sequestrati i documenti", dicono i responsabili del progetto "Oltre la strada", promosso dalla Regione Emilia Romagna per l'assistenza, la protezione e l'integrazione sociale delle vittime di sfruttamento lavorativo.
Il ritorno dei lavori forzati
Secondo il rapporto 2007 del Comitato tratta (istituito presso il dipartimento Pari opportunità), storie come quelle di Kamil e Paula hanno tutti gli elementi per entrare a pennello nella definizione che l'Organizzazione internazionale del lavoro dà del concetto di "lavoro forzato". Vicende in sordina che faticano a venire alla luce, anche se il trend delle denunce è in crescita. Da gennaio a maggio 2010, il numero verde nazionale antitratta (800.290.290) ha ricevuto 180 chiamate. "Nel 2009 sono state 550, oltre 400 per sfruttamento sessuale, ben 80 per sfruttamento lavorativo -sintetizza un operatore-, ma siamo solo all'inizio".
Eppure le denunce all'autorità giudiziaria sono poche. "Anche quando andiamo a fare le ispezioni nei cantieri non riusciamo a incontrarli -spiega Franco De Alessandri, segretario generale della Fillea-Cgil in Lombardia-. Chi li manovra fa leva sulla loro paura e ci dipinge come un potenziale pericolo".
Qualche caso, anche clamoroso, comunque è stato scoperto. Nel 2008 tre moldavi hanno denunciato la Italedil di Reggio Emilia. "Erano stati assunti regolarmente ma le spese per il viaggio e i documenti venivano scalate dagli stipendi e alla scadenza del permesso di soggiorno, hanno chiesto loro altri soldi per il rinnovo -spiega Giovanna Bondavalli del progetto Oltre la strada-. Lavoravano per 200 euro al mese e la regolarizzazione veniva sempre rinviata". Analoghe le vessazioni subite da una novantina di lavoratori egiziani e algerini reclutati dal caporale che procacciava manodopera per la Italedil. I tre titolari dell'impresa e il caporale sono stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata all'introduzione e alla permanenza di clandestini, estorsione e utilizzo di manodopera irregolare.
Un reato che costa poco
Ma le analogie con il mondo della prostituzione non finiscono qui. "Questi lavoratori non si ribellano anche perché sanno che i loro familiari, rimasti nei Paesi d'origine, rischierebbero di essere sottoposti ad abusi e violenze", ammette Battista Villa, segretario della Filca-Cisl Lombardia. Immigrati irregolari, arrivati dal Niger e dalla Repubblica Centrafricana, dal Marocco e dall'Egitto, dai Paesi dell'Est Europa. A gestire il viaggio sono la mafia nigeriana e quelle libico-marocchine, sempre in stretta collaborazione con la 'ndrangheta.
È soprattutto nei cantieri che si concentra il fenomeno: sono infatti edili il 59 per cento dei 173 utenti in carico al progetto Oltre la strada. "Fantasmi" che fanno comodo soprattutto a chi fa affari sporchi. "Chi andrebbe a fare uno scavo per seppellire lastre di eternit, se non un nigeriano disperato?", chiede provocatoriamente Villa. Le denunce, però, sono poche, gli uffici degli ispettorati del lavoro non hanno forze sufficienti per i controlli e gli schiavisti si confondono facilmente tra i "semplici" caporali che reclutano i lavoratori, organizzano gli spostamenti e pagano gli stipendi.
Tre euro all'ora o poco più, contro i 22 euro per un'ora di lavoro in un cantiere in regola. La differenza finisce in parte nelle tasche del caporale, in parte sparisce sotto forma di contributi non versati e risparmio per le aziende appaltatrici e sub-appaltatrici. Per spezzare il filo rosso che lega le grandi organizzazioni criminali ai caporali, i sindacati chiedono di equiparare il reato di caporalato a quello di tratta degli esseri umani. Attualmente i caporali sono puniti con una multa di 50 euro (come prevede il decreto legislativo 251/2004) e non ci sono sanzioni per i datori di lavoro. "Il caporalato deve diventare un reato penale perché è un delitto di tipo associativo -conclude il segretario della Filca- e per gli imprenditori deve esserci il reato di concorso esterno".
TESTO DI ILARIA SESANA
Per saperne di più leggi "Caporali migranti" e ascolta l'intervista agli autori dell'inchiesta del numero di settembre.










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