Per la mia carta di credito sono ancora Alessandro Tognarini, ma quando la cassiera del supermercato mi guarda in faccia vede una donna. Potrò cambiare il mio nome solo dopo l'operazione chirurgica. Sarà un giudice a stabilirlo. Da allora, anche per lo Stato, sarò finalmente Sandra. Per evitare di trovarmi in situazioni imbarazzanti, ora preferisco utilizzare la carta di credito solo per gli acquisti online. L'ho deciso tre anni fa, quando ho iniziato il percorso di "transizione": era la sera del 16 aprile 2007.
Sulla confezione di Androcur, le pastiglie che inibiscono la produzione di testosterone (l'ormone maschile), ho scritto: "Buona fortuna!". Tre mesi dopo ho cominciato a prendere anche gli estrogeni, che sviluppano le caratteristiche femminili. I risultati sono arrivati e oggi posso dire di essere soddisfatta di quel che sono. In questo percorso mi ha accompagnata l'endocrinologa che lavora nel consultorio del Movimento identità transessuale, il Mit. Dal 1994 questo centro nel cuore di Bologna, finanziato dalla Regione Emilia Romagna e convenzionato con l'Asl, è diventato un punto di riferimento per le persone transessuali di tutta Italia, tanto che c'è chi si trasferisce sotto le due torri solo per cambiare sesso, perché altrove non esiste un servizio simile. Qui a pagare è il Servizio sanitario nazionale.
Al momento il Mit assiste 670 persone: due su tre sono uomini che desiderano diventare donne, o lo sono già diventate. A seguirle, un team qualificato, formato da tre psicoterapeute e un'endocrinologa. Anche l'operazione chirurgica di cambiamento del sesso può essere a carico della mutua: l'unico problema, come sempre, è che bisogna avere pazienza, perché la lista d'attesa è lunga. All'ospedale Sant'Orsola di Bologna, infatti, programmano solo una decina di interventi l'anno. Per chi ha fretta, l'alternativa sono le cliniche private o le trasferte all'estero, dove solo il chirurgo può costare fino a 20mila euro. In Italia esistono altri ospedali pubblici che eseguono questo tipo di operazione: il San Camillo di Roma, il Cattinara di Trieste e i policlinici di Napoli e Bari, ma la meta preferita rimane Bologna, l'unica città ad avere un consultorio dedicato ai trans.
Un percorso sicuro
"È dal 1979 che il Mit difende i diritti delle persone transessuali -spiega la vicepresidente, Porpora Marcasciano-. La nostra prima vittoria è stata l'approvazione della legge". Fino al 1982 in Italia chi voleva cambiare sesso doveva far da sé, con gravi rischi per la salute. Con la legge 164 le cose sono cambiate: non solo è lecito "transitare", ma si può farlo rivolgendosi a strutture pubbliche o convenzionate.
Come fosse una qualsiasi prestazione sanitaria. "Cambiare sesso" non è un capriccio o una perversione, ma una necessità per superare quel "disturbo dell'identità di genere" diagnosticato dagli psicoterapeuti, premessa per ottenere il via libera dal giudice. Per l'operazione è infatti necessaria l'autorizzazione del Tribunale. In alcuni casi il magistrato può stabilire che persino l'impianto della protesi di silicone al seno sia a carico dello Stato.
Il protocollo del Mit prevede circa sei mesi di colloqui con le psicologhe. Sono loro che stabiliscono se e quando iniziare le cure ormonali, che possono durare otto o nove mesi. Le loro prescrizioni vanno seguite diligentemente e con altrettanta costanza occorre sottoporsi ai controlli. I più delicati riguardano i livelli di estrogeno e progesterone.
E proprio per questo, il primo giorno della settimana al Mit non è mai come gli altri. Il lunedì gli utenti incontrano l'endocrinologa. Mentre si aspetta il proprio turno si chiacchiera, ci si scambia consigli e nascono amicizie. Le prime volte si respira un po' di nervosismo: prima del colloquio con il medico, fuori del portone si accumulano le sigarette, mentre ci si fa timidamente avanti con chi, a occhio, pare avere più "anzianità". Nelle rubriche dei cellulari si aggiungono nomi e numeri, salvagente emotivo di qualche triste serata che arriverà inevitabile, ma anche punto di partenza per allegre giornate di shopping insieme.
Tra stereotipo e realtà
Se entrate nel salottino d'attesa del Mit non aspettatevi di vedere strani esseri, tutti seni e forme. Il trans a cui tivù e giornali ci hanno abituato corrisponde poco alla realtà: niente macchine del sesso pronte a vendersi in strada. Le persone che si prostituiscono, nella maggior parte dei casi, non stanno facendo una vera transizione: costruiscono la loro femminilità con il silicone, evitando le cure ormonali che tendono a ridurre la capacità di erezione.
Chi si rivolge al Mit, in genere, è giovane (età media tra 25 e 35 anni) e di buona cultura: la metà sono diplomati, uno su quattro è laureato, solo il 30 per cento si prostituisce o lo ha fatto in passato. Il motivo? La perdita del lavoro. "Vendevo abbigliamento nei mercati -racconta Giovanna, in attesa del proprio turno con l'endocrinologa-. I clienti abituali non hanno accettato i miei cambiamenti. All'inizio si limitavano a sorrisetti e battutine, dette sottovoce, poi non si sono più fermati alla mia bancarella. Ho dovuto chiudere. Per fortuna ora mi sostiene la mia compagna". E così Giovanna ha evitato la strada.
Nel mio caso è stato diverso, sono riuscita a mantenere le collaborazioni giornalistiche e anche a trovarne di nuove. Solo in due colloqui ho avuto l'impressione che mi stessero penalizzando perché sono una transessuale. Pregiudizi che non si cancelleranno nemmeno con la nuova carta d'identità. Il casellario giudiziale, infatti, è un fedele testimone di ogni storia personale. E molte aziende, prima di assumere, ne fanno richiesta: in questo modo diventa facile scoprire, anche a distanza di anni, le tue origini.
Alla ricerca di serenità e bellezza
La transizione non è una scelta, ma una scommessa obbligata. La speranza è quella di trovare, per il tempo che resta, la serenità a lungo cercata. "Non riesco a immaginare come sarebbe adesso la mia esistenza se avessi preso altre strade -racconta Virginia Longo, originaria di Lecce-. Sono solo convinta che sarei stata una persona triste e depressa: avrei vissuto una vita a metà". Il suo calvario è iniziato alle elementari. "All'uscita da scuola dovevo difendermi dai dispetti e dagli insulti dei compagni, che mi urlavano in coro: ‘Femminuccia, ricchione, fai schifo' -ricorda-. Speravo sempre che ad attendermi fuori dal portone non ci fosse mia madre, o peggio mio padre, per non dover subire rimproveri anche da loro. Avevo appena sei anni e già non vedevo l'ora di scappare".
Uno dei dilemmi che accompagna le persone transessuali ai primi passi del loro percorso è quando e come dare la notizia a genitori, parenti e amici. A me avevano consigliato di non dire la verità fino a quando i cambiamenti nel mio aspetto (dovuti innanzitutto alla cura ormonale) fossero diventati evidenti. Ma ognuno sa quando è il momento giusto: io ho iniziato a parlare delle mie intenzioni, anche nell'ambiente lavorativo, quando ancora mancava più di un anno all'avvio della terapia ormonale. È normale che qualcuno si allontani e si è fortunati se il setaccio della transizione trattiene la maggior parte dei parenti e degli amici.
Dal marzo scorso il consultorio del Mit ha avviato un percorso di sostegno per i familiari delle persone transessuali: otto incontri di gruppo, per provare almeno ad accettare la situazione. "Per ora partecipano i parenti di tre utenti -spiega Anna Paola Sanfelici, una delle psicoterapeute-, c'è anche una nonna. È fondamentale per loro confrontarsi e uscire dall'isolamento".
Ma famiglia e lavoro non sono i soli banchi di prova. Esiste poi la quotidianità, e il desiderio di essere "belle". Almeno per gli uomini, il primo problema estetico da affrontare è la rimozione della barba. L'estetista è l'angelo custode di questa lunga "rinascita". Tra i metodi consigliati, il laser, la luce pulsata e l'elettrocoagulazione. Le sedute sono spesso dolorose e ne occorrono molte per rimuovere definitivamente la peluria maschile. Per avere una pelle "liscia e vellutata", come dicono gli spot, si arrivano a spendere fino a 7mila euro.
Nel frattempo, si rinnova il guardaroba. Qualcuno comincia con molto anticipo e fa sparire tutti gli abiti della vita precedente. Il mio cambio di stagione è cominciato dopo circa sei mesi dall'inizio della cura ormonale. Quando, per intenderci, anche se vestivo al maschile, gli sconosciuti si rivolgevano a me al femminile. Con il senno di poi, rimpiango di non aver conservato più capi maschili di quei pochi rimasti nell'armadio. In questi anni ho imparato l'importanza delle gocce di memoria. Che non sono mai tutte lacrime.
Il dilemma dell'operazione
Sullo sfondo del cambiamento c'è sempre una domanda, grande, che emerge piano piano: mi opero o non mi opero? La risposta non è scontata. Circa il 30 per cento degli utenti del Mit decide di non sottoporsi all'intervento con le motivazioni più varie. Tra queste, la paura di un'operazione che, pur di routine, rimane rischiosa e complicata o l'accettazione di una situazione "di mezzo" che molti trovano già soddisfacente. Ho conosciuto una transessuale che ha rinunciato adandare fino in fondo perché ciò avrebbe comportato lo scioglimento del suo matrimonio: la moglie ha accettato la situazione e loro si amano ancora.
Celeste, 51 anni, rifiuta persino le cure ormonali. Viene al Mit in cerca di un sostegno psicologico. "Ho una paura terribile della reazione che potrebbe avere chi mi conosce -spiega-. Fino all'età di 30 anni non è passato un giorno senza che qualcuno mi deridesse, mia madre compresa. Non ho mai avuto un amico. Oggi ha raggiunto un equilibrio e la sola idea di perderlo mi angoscia".
Il traguardo: l'inizio di un'altra vita
Come è facile immaginare, non tutti gli italiani che desiderano cambiare sesso passano dal Mit. Gli altri si muovono in modo autonomo tra psicologi, endocrinologi e cliniche. "Alcune amiche mi hanno suggerito di andare a Londra, dicevano che lì i risultati erano migliori -racconta Francesca-. Così ho aspettato di avere i soldi necessari per il viaggio, la degenza e l'intervento e sono partita".
Una volta conclusa l'operazione e ottenuta la rettifica del nome, la nuova identità fa scattare in automatico il rinnovo di tutti i documenti: contratto di affitto, bancomat, carta di credito, contributi pensionistici, certificati di diploma e laurea. "Dopo l'operazione è iniziata la mia seconda vita: ora sono felice, mi sono sposata e faccio l'infermiera" spiega con un sorriso incoraggiante.
Francesca ha raggiunto il proprio traguardo. Tra qualche mese, toccherà a me: l'ospedale Sant'Orsola mi ha appena chiamata per le visite preliminari e in autunno, se tutto va bene, verrò operata. Attendo quel momento da una vita. E non vi nascondo la mia trepidazione.
TESTO DI SANDRA TOGNARINI
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